“Abbastanza bene, dai…” Perché quella risposta rivela tutto ciò che non stiamo dicendo al nostro corpo

C’è un momento della giornata in cui siamo tutti attori consumati. Avviene in ascensore, sul pianerottolo, all’ingresso dell’ufficio, al banco del bar.

Qualcuno ci guarda — spesso senza fermarsi davvero — e chiede: «Come stai?». Noi, con quella disinvoltura che i secoli di civiltà ci hanno insegnato, rispondiamo: «Abbastanza bene, dai». Poi ognuno va per la propria strada.

Eppure, se ci soffermassimo un istante su quelle tre parole — abbastanza bene, dai — scopriremmo che dentro di esse è nascosto un universo di non detto, di segnali ignorati, di energie sospese e non elaborate. Quel dai finale, apparentemente innocuo, è forse la parola più rivelatrice del nostro tempo: un’ammissione velata di qualcosa che non va del tutto, accompagnata però da una rinuncia immediata ad approfondire.

Queste mie riflessioni nascono da quella rinuncia, dall’osservazione clinica e umana che il nostro modo di rispondere alla domanda più semplice del mondo — «come stai?» — rispecchia in modo straordinariamente fedele il nostro rapporto con noi stessi, con il nostro corpo, con le nostre emozioni, con quella corrente vitale che diverse tradizioni mediche e filosofiche hanno nominato in modi diversi ma hanno sempre riconosciuto come fondante.

Il «quasi» ha peso ed è un peso

«Abbastanza bene» è una risposta che vive nell’ambiguità. Non è né il «sto benissimo» di chi trabocca energia, né il «non sto bene» di chi ammette apertamente una difficoltà. È un territorio di mezzo, una zona grigia che la psicologia contemporanea ha cominciato a studiare con crescente interesse sotto il nome di languishing — termine reso popolare dal sociologo e psicologo Adam Grant nel suo noto contributo del 2021, ma che affonda le radici nelle riflessioni di Corey Keyes sulla salute mentale come continuum e non come assenza di patologia.

Il languishing non è depressione. È qualcosa di più sottile: è l’assenza di fioritura, il ronzio sordo di una vita che funziona ma non canta. È esattamente ciò che quella risposta — abbastanza bene, dai — descrive con una precisione disarmante.

La filosofia classica aveva intuito questa trappola molto prima che la psicologia moderna le desse un nome. Aristotele, nell’Etica Nicomachea, distingueva nettamente tra il semplice stare in vita e l’eudaimonia, un termine spesso tradotto come «felicità» ma che in realtà indica qualcosa di molto più dinamico: il fiorire dell’essere umano, la piena actualizzazione delle proprie potenzialità. «La felicità — scriveva — non è uno stato ma un’attività» (Aristotele, Etica Nicomachea, I, 8, trad. e commento in Zanatta, 2022).

«Abbastanza bene» è uno stato. Fermo. Immobile. E l’immobilità, per un essere che è fatto di movimento, di trasformazione, di flusso, è già un segnale da non ignorare.

Non si tratta di essere pessimisti, né di negare la legittimità di sentirsi semplicemente «nella media». Si tratta di capire quando quella media diventa un limite accettato passivamente, un’abitudine che il corpo porta avanti quasi automaticamente mentre dentro qualcosa aspetta di essere visto, ascoltato, riequilibrato.

Il corpo che parla, il corpo che si stanca di essere ignorato

La Medicina Tradizionale Cinese ha sviluppato nel corso di millenni una visione dell’organismo umano che parte da un presupposto radicalmente diverso rispetto alla biomedicina occidentale moderna: l’essere umano non è una macchina da riparare quando si rompe, ma un sistema di flussi e relazioni da mantenere in armonia costante. Il testo fondante di questa tradizione, l’Huangdi Neijing — il Classico dell’Imperatore Giallo — recita: «Il saggio non cura la malattia già manifesta, ma cura la malattia non ancora manifesta» (Huangdi Neijing, Su Wen, cap. 2, trad. it. Minelli, 2021). Questa affermazione, risalente a oltre duemila anni fa, suona come una sfida diretta alla nostra risposta automatica: se aspettiamo che il corpo smetta completamente di funzionare prima di dargli attenzione, abbiamo già perso un’occasione preziosa.

Nella MTC, il concetto di Qi — l’energia vitale che scorre attraverso i meridiani del corpo — è strettamente collegato all’equilibrio emotivo. Le emozioni non sono fenomeni astratti che appartengono alla mente, ma forze fisiche reali che influenzano organi specifici. La preoccupazione, per esempio, indebolisce il sistema della Milza-Pancreas e compromette la digestione. La tristezza prolungata danneggia il polmone e la sua capacità di scambio con l’esterno. La paura cronica affligge i Reni e la loro riserva di energia fondamentale, il cosiddetto Jing. La rabbia non espressa danneggia il Fegato e ostacola il libero fluire dell’energia nel corpo. In questa prospettiva, rispondere «abbastanza bene, dai» non è un atto neutro: potrebbe essere la manifestazione di un Qi stagnante, di un flusso che si è inceppato e che aspetta di essere rimosso nella sua causa prima.

Hildegard von Bingen, mistica renana del XII secolo ma anche straordinaria naturalista e medica, aveva elaborato una visione dell’essere umano che anticipa in modo sorprendente molte intuizioni della medicina psicosomatica contemporanea. Nel suo Causae et Curae, scritto intorno al 1150, distingueva quattro temperamenti legati agli umori del corpo e sosteneva con forza che lo squilibrio interiore si manifesta sempre nel corpo come malattia o come mancanza di vitalità: «Quando l’anima è turbata, anche il corpo porta il segno di quella turbolenza, perché anima e corpo sono creati per muoversi insieme» (Hildegard von Bingen, Causae et Curae, trad. it. in Stroll, 2023). Secoli prima che la psiconeuroimmunologia diventasse una disciplina scientifica riconosciuta, Hildegard vedeva ciò che molti medici moderni stanno riscoprendo: il confine tra mente e corpo è molto più permeabile di quanto le categorie mediche tradizionali abbiano a lungo ammesso.

La Scuola Medica Salernitana e la saggezza preventiva

Nel cuore del Medioevo, nella città di Salerno, fioriva la prima istituzione medica laica dell’Occidente. La Schola Medica Salernitana, attiva tra il IX e il XIII secolo, aveva prodotto una serie di testi di straordinaria lucidità pratica, tra cui il celebre Regimen Sanitatis Salernitanum, un poema medico in latino che codificava i principi di uno stile di vita sano con un’eleganza quasi aforistica. In uno dei suoi versi più noti, il Regimen afferma: «Si tibi deficiant medici, medici tibi fiant haec tria: mens laeta, requies, moderata diaeta» — che tradotto liberamente suona: «Se ti mancano i medici, siano per te medici queste tre cose: mente serena, riposo e dieta moderata» (Regimen Sanitatis Salernitanum, sec. XI-XIII, ed. critica commentata in Ferretti e Palmieri, 2022).

Mente, riposo, nutrimento sono le tre colonne che i salernitani avevano individuato come fondamentali per il mantenimento del benessere, e che oggi la ricerca in campo psiconeuroendocrinoimmunologico conferma con strumenti molto più sofisticati ma con risultati non poi così diversi.

Quel «mente serena» del Regimen non era un invito alla leggerezza spensierata, ma un richiamo alla capacità di governare l’interno, di non lasciare che le emozioni si accumulassero fino a diventare tossiche. È la stessa saggezza che ritroviamo in Marco Aurelio, imperatore-filosofo stoico che scriveva nei suoi Pensieri: «La tua mente non si turberà mai per le cose esterne, ma avrai la pace se sarai capace di resistere e restituire giudizi giusti» (Marco Aurelio, Pensieri, VI, 52, trad. it. Cortina, 2021).

La pace interiore, dunque, non è assenza di problemi esterni, ma capacità di non lasciare che quei problemi occupino tutto lo spazio interno. Una distinzione sottile ma cruciale, che nella risposta «abbastanza bene, dai» si dissolve completamente: quella risposta non è governata — è automatica.

Quando l’automatismo è la perdita di sé

Carl Gustav Jung aveva un nome preciso per quella parte di noi che risponde automaticamente alle aspettative sociali: la Persona, dal termine latino che indicava la maschera degli attori teatrali greci. La Persona è la facciata che presentiamo al mondo, necessaria per la vita sociale ma pericolosa quando diventa talmente rigida da oscurare ciò che Jung chiamava il Sé autentico. «Ogni uomo porta con sé un’ombra» — scriveva — «e quanto meno essa è incarnata nella vita conscia dell’individuo, tanto più densa e oscura essa è» (Jung C.G., Psicologia e religione, trad. it. Boringhieri, ed. aggiornata 2022). «Abbastanza bene, dai» è spesso una risposta della Persona, non del Sé. È la maschera che risponde, non la persona che sente.

La pedagogia critica ha affrontato questa dissociazione da un’angolatura diversa ma complementare. Paulo Freire, nel suo lavoro sulla coscientizzazione, sosteneva che la vera trasformazione — personale prima ancora che sociale — comincia quando l’individuo smette di rispondere in modo addomesticato e inizia a interrogarsi in modo autentico sulla propria condizione. «Gli oppressi» — scriveva — «non imparano a dire la propria parola del mondo fino a quando non si interrogano sulla propria situazione» (Freire P., La pedagogia degli oppressi, 50° anniversario, ed. critica in Mortari, 2023). Applicato al contesto del benessere individuale, questo principio diventa potentemente evocativo: quante volte siamo «oppressi» dalla nostra stessa incapacità di dire come stiamo davvero? Quante volte la risposta automatica ci priva della possibilità di ascoltarci?

Il corpo come tempio dell’ascolto

Le tradizioni spirituali d’Oriente e d’Occidente hanno sempre insistito, ciascuna con il proprio linguaggio, sull’importanza dell’ascolto interiore come pratica fondamentale di benessere.

Nel Buddismo Theravada, il concetto di sati — tradotto in Occidente come mindfulness o consapevolezza — indica precisamente la capacità di essere presenti alla propria esperienza interiore, inclusa quella corporea, senza giudicarla e senza fuggirla. Il Satipatthana Sutta, uno dei testi canonici più citati della tradizione buddhista Pali, dedica un’intera sezione alla contemplazione delle sensazioni corporee come via privilegiata verso la comprensione della propria natura: «Il monaco dimora contemplando il corpo nel corpo, ardente, chiaramente consapevole, presente a se stesso» (Satipatthana Sutta, Digha Nikaya, trad. it. in Bhikkhu Analayo, 2022).

La tradizione cristiana mistica non è da meno. Giovanni della Croce, il grande mistico spagnolo del XVI secolo, parlava della noche oscura del alma — la notte oscura dell’anima — come di un momento necessario di svuotamento e di perdita delle certezze superficiali, necessario per giungere a una pienezza autentica. In termini psicologici potremmo dire che il «abbastanza bene» cronico è in qualche misura una forma di notte oscura non elaborata, un malessere che non è diventato abbastanza grande da costringerci a guardarlo, e proprio per questo rischia di restare immobile, come acqua stagnante, per anni. «Chi non sa morire a se stesso» — aveva scritto Giovanni — «non sa neppure rinascere a qualcosa di nuovo» (Giovanni della Croce, Salita del Monte Carmelo, II, 7, ed. annotata in Borriello, 2024).

Il Taoismo, con la sua straordinaria economia di parole, coglie l’essenza di questo problema in modo ancora più immediato. Lao Tzu, nel Tao Te Ching, scriveva: «Conoscere gli altri è saggezza; conoscere se stessi è illuminazione» (Lao Tzu, Tao Te Ching, cap. 33, trad. it. commentata in Andreini, 2023). Quante volte rispondiamo «abbastanza bene» senza sapere davvero come stiamo? Senza aver dedicato nemmeno un momento a chiedercelo con sincerità? La mancanza di questa conoscenza interiore — quello che la filosofia orientale chiama svadhyaya, l’autoesame, nella tradizione yogica — è forse la vera radice di quel «abbastanza bene» automatico che pronunciamo cento volte all’anno.

Poi il corpo smette di aspettare

Il corpo umano è paziente, ma non infinitamente paziente. La ricerca in campo psiconeuroimmunologico ha documentato con crescente precisione i meccanismi attraverso cui lo stress cronico — incluso quello emotivo non elaborato — altera i pattern di infiammazione sistemica, modifica la risposta immunitaria, impatta sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e contribuisce a quella condizione di esaurimento silenzioso che spesso precede la malattia conclamata. Il corpo, in altre parole, porta dentro di sé il registro fedele di tutto ciò che la nostra coscienza ha preferito non guardare.

Nella MTC, questo concetto si esprime attraverso la nozione di stagnazione del Qi e del Sangue.

Quando l’energia non scorre liberamente — a causa di tensioni emotive non elaborate, di stili di vita sbilanciati, di una dieta inadeguata, di un sonno insufficiente o di una mancanza di movimento — il corpo manifesta sintomi che spesso nell’approccio biomedico vengono trattati come problemi isolati: stanchezza persistente, tensioni muscolari ricorrenti, disturbi digestivi funzionali, cefalee ricorrenti, alterazioni del ciclo del sonno.

Questi segnali, per la MTC, non sono semplici fastidi da sopprimere ma messaggi del corpo che chiede di essere ascoltato, riequilibrato, rimesso in comunicazione con se stesso.

Interessante, a questo proposito, è anche la convergenza con la tradizione ayurvedica indiana, che descrive un concetto analogo attraverso la nozione di ama — la tossina sottile prodotta da un metabolismo incompleto, non solo fisico ma anche emozionale. Quando le esperienze non vengono elaborate pienamente, quando le emozioni vengono soppresse invece di essere integrate, si accumula ama nel sistema — e questa tossicità sottile si manifesta come pesantezza, opacità, quel senso di non essere mai completamente in forma che — chi l’avrebbe detto — si esprime perfettamente con le parole «abbastanza bene, dai».

Un’emozione: un evento biologico

La neuroscienza affettiva degli ultimi decenni ha rivoluzionato la nostra comprensione del rapporto tra emozioni e corpo. Antonio Damasio, con la sua teoria dei marcatori somatici, ha mostrato che le emozioni non sono eventi puramente mentali ma processi corporei complessi: ogni stato emotivo è associato a specifiche configurazioni fisiologiche che il corpo «ricorda» e che influenzano le decisioni e i comportamenti successivi (Damasio A., Lo strano ordine delle cose, trad. it. aggiornata Adelphi, 2021). Lisa Feldman Barrett ha ulteriormente ampliato questa prospettiva, dimostrando che le emozioni non sono entità fisse e universali ma costrutti dinamici che il cervello genera a partire dalle sensazioni corporee in continuo arrivo — la cosiddetta interocezione — filtrandole attraverso le aspettative apprese dall’esperienza (Feldman Barrett L., Come nascono le emozioni, trad. it. Bollati Boringhieri, 2022).

Questa prospettiva ha implicazioni concrete e importanti. Se le emozioni sono costrutti dinamici basati sull’interocezione, allora la capacità di percepire le sensazioni corporee con precisione e sfumatura — quella che i ricercatori chiamano granularità emotiva — è una competenza che può essere allenata. E allenarla significa, tra le altre cose, smettere di rispondere «abbastanza bene, dai» e cominciare a chiedersi: cosa sta dicendo il mio corpo in questo momento? Dove sento tensione? Dove sento fluidità? Dove c’è calore e dove c’è freddo? Dove c’è energia e dove c’è vuoto?

La MTC, con la sua attenzione ai pattern di disarmonia piuttosto che alle singole patologie, offre un sistema diagnostico particolarmente adatto a cogliere queste sfumature. L’esame della lingua, la valutazione del polso radiale secondo le sue numerose qualità e posizioni, l’analisi del colorito cutaneo, la raccolta dei sintomi in relazione alle stagioni e agli organi — tutto questo costruisce un ritratto del Qi del paziente che coglie ciò che la biomedicina spesso tralascia: il territorio energetico complessivo, l’armonia o la disarmonia dei sistemi, la presenza di stagnazioni o di vuoti che non hanno ancora prodotto patologia manifesta ma che la stanno preparando.

Riconoscere il segnale prima che diventi rumore

La domanda che questo articolo pone non è accademica. È profondamente pratica. Quante persone — oggi, in questo momento — stanno vivendo in quello stato di «abbastanza bene» che è in realtà un segnale di squilibrio non ascoltato? Quante di esse aspettano che il corpo si rompa definitivamente prima di dargli attenzione? E quante, invece, potrebbero intercettare quel segnale in anticipo, restituire fluidità all’energia stagnante, riequilibrare i sistemi prima che lo squilibrio si cristallizzi in patologia?

La pedagogia della cura di sé — termine che si è affermato nell’ultimo decennio nel dibattito interdisciplinare tra psicologia, medicina integrata e filosofia — suggerisce che il primo passo non è terapeutico ma epistemologico: si tratta di cambiare il modo in cui conosciamo il nostro corpo, di passare da una conoscenza puramente reattiva (curo quando mi fa male) a una conoscenza preventiva e partecipata (osservo e mantengo in equilibrio prima che il dolore si manifesti). Il filosofo francese Michel Foucault, che aveva dedicato parte della sua riflessione alla cura di sé come pratica filosofica e non solo medica, aveva scritto: «Prendersi cura di sé non è un egoismo, ma la condizione indispensabile per prendersi cura degli altri» (Foucault M., L’ermeneutica del soggetto, trad. it. riv. Feltrinelli, 2023). Cominciare a rispondere con maggiore onestà alla domanda «come stai?» — almeno a se stessi — è il primo gesto di questa cura.

La Schola Medica Salernitana aveva capito, con quella saggezza empirica che caratterizzava i grandi clinici del Medioevo, che la prevenzione non è un lusso ma una necessità. Il loro Regimen era destinato non ai malati ma ai sani che volevano restare tali. L’idea che esistesse un sapere specifico per mantenere il corpo in equilibrio — indipendente dalla cura della malattia già manifesta — è una delle intuizioni più preziose che la medicina medievale ha consegnato alla modernità, e che la medicina integrata contemporanea sta finalmente rimettendo al centro del discorso clinico.

La risposta autentica come pratica di benessere

Concludere questo percorso senza proporre qualcosa di concreto sarebbe un’omissione. L’invito finale non è a rispondere sempre con sincerità disarmante alle domande sociali di cortesia — nessuno si aspetta una consultazione medica in ascensore. L’invito è a quella risposta autentica che ciascuno deve offrire a se stesso, regolarmente, con curiosità e senza giudizio.

Come stai, davvero? Dove senti il corpo oggi? Quali emozioni hanno attraversato la settimana e dove sono rimaste bloccate? Cosa chiede il tuo sistema energetico in questo momento? Queste non sono domande da guru — sono domande di buon senso, quelle che Ippocrate avrebbe posto al paziente prima di visitarlo, quelle che il medico della Schola Salernitana avrebbe incluso nel suo colloquio, quelle che l’operatore di MTC pone sistematicamente all’inizio di ogni sessione. Sono domande che riconoscono l’essere umano nella sua totalità — corpo, mente, emozioni, energia, storia, stagione della vita — e non come somma di organi da esaminare separatamente.

Lao Tzu, con la sua proverbiale sintesi, aveva già detto tutto: «Il viaggio di mille miglia inizia con un singolo passo» (Lao Tzu, Tao Te Ching, cap. 64, trad. it. commentata in Andreini, 2023).

Il primo passo, qui è piccolo, ma significativo: smettere di rispondere automaticamente e cominciare a sentire davvero. Quel dai finale, appendice quasi imbarazzata di un «abbastanza bene» poco convinto, potrebbe trasformarsi nel punto di partenza di un percorso nuovo — verso un benessere autentico, dinamico, integrato, che non si accontenta del «quasi» ma aspira al fioritura piena che ogni essere umano porta in sé come possibilità.

Se leggendo queste pagine hai riconosciuto qualcosa di te — in quel «abbastanza bene, dai» detto troppe volte, in quella stanchezza che non passa del tutto, in quella sensazione di essere in funzione ma non davvero in fioritura — sappi che non sei solo e che esistono percorsi concreti per ritrovare il filo di un benessere autentico.

IPHM Paolo G. Bianchi
International Practitioner of Holistic Medicine cod NM3304
Professionista disciplinato legge 4/2013
www.paologbianchi.com

Bibliografia

  • Andreini A. (a cura di) (2023). Tao Te Ching. Lao Tzu: testo, traduzione e commento. Einaudi, Torino.
  • Bhikkhu Analayo (2022). Satipatthana. Il cammino diretto. Nuova edizione commentata. Ubaldini Editore, Roma.
  • Borriello L. (a cura di) (2024). Giovanni della Croce. Opere complete. Edizioni OCD, Roma.
  • Cortina R. (a cura di) (2021). Marco Aurelio. Pensieri. Testo greco a fronte. Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Damasio A. (2021). Lo strano ordine delle cose. La vita, i sentimenti e la creazione della cultura (trad. it. aggiornata). Adelphi, Milano.
  • Feldman Barrett L. (2022). Come nascono le emozioni. La vita segreta del cervello (trad. it.). Bollati Boringhieri, Torino.
  • Ferretti M., Palmieri G. (a cura di) (2022). Regimen Sanitatis Salernitanum. Edizione critica, traduzione e commento. Liguori Editore, Napoli.
  • Foucault M. (2023). L’ermeneutica del soggetto. Corso al Collège de France 1981-1982 (trad. it. riv.). Feltrinelli, Milano.
  • Jung C.G. (2022). Psicologia e religione (trad. it. aggiornata con saggio introduttivo). Bollati Boringhieri, Torino.
  • Minelli M. (trad. e cura) (2021). Huangdi Neijing. Il Classico dell’Imperatore Giallo. Su Wen e Ling Shu. Edizioni Mediterranee, Roma.
  • Mortari L. (a cura di) (2023). Paulo Freire. La pedagogia degli oppressi. Edizione del cinquantesimo anniversario con saggi critici. EGA Editore, Torino.
  • Stroll M. (a cura di) (2023). Hildegard von Bingen. Causae et Curae. Testo latino e traduzione italiana. UTET, Torino.
  • Zanatta M. (trad. e cura) (2022). Aristotele. Etica Nicomachea. Testo greco, traduzione e commento. BUR Rizzoli, Milano.

Foto di M. Cooper su Unsplash

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