Con l’articolo di Paolo G. Bianchi sul “Cervello Zelante” si conclude l’iniziativa di BrainFactor per la Settimana del cervello (12-18/3/2012) “L’Alfabeto del cervello”, patrocinata anche quest’anno da Dana Foundation e realizzata in collaborazione con la Società Italiana di Neurologia (SIN) e con il Dipartimento di Neuroscienze e Tecnologie Biomediche (DNTB) dell’Università di Milano Bicocca.
Cosa significa essere zelanti e perché lo zelo quando eccede diventa dannoso per sé e per gli altri? Il dizionario di italiano Sabatini Coletti definisce lo zelo come “dedizione assidua e tenace a un compito, a un impegno”, ma anche “fervore, entusiasmo dimostrato nel perseguimento di una causa, di un ideale; anche, negativamente, fanatismo.”
Nella Regola benedettina, millenaria saggezza alla quale spesso mi ispiro per la mia attività, mi ha sempre colpito il fatto che, addirittura, allo zelo è dedicato un capitolo intero “Il buon zelo che i monaci debbono avere”.
Evidentemente l’eccesso di zelo era un problema da gestire anche 1500 anni fa proprio perchè può inficiare sia le relazioni con gli altri che diventare una vera e propria patologia. Tuttavia“Esiste uno zelo cattivo e pieno di amarezza (…) ma c’è anche uno zelo buono, che allontana dai vizi (…) questo è lo zelo che i monaci devono coltivare” (RSB cap.72).
Siamo zelanti quando dedichiamo tutte le nostre attenzioni a ciò che stiamo facendo, ma il passo che ci porta ad eccedere è sempre breve. Infatti quando vogliamo eccellere a tutti i costi scattano una serie di protagonismi, segnali inequivocabili di forti disagi interiori. Possono essere degli esempi il ragazzo che studia in modo ossessivo non per il piacere di conoscere, ma per compiacere i genitori oppure la persona che svolge in modo puntiglioso e maniacale il suo lavoro per avere le lodi del suo responsabile.
Come sempre è una questione di stima e autostima e infatti, Benedetto stesso, proseguendo nella lettura del capitolo 72, dice i monaci “si prevengano nello stimarsi a vicenda”. Nella comunità monastica, così come nella vita secolare, stimarsi ed essere stimati sono i cardini sui quali si misura l’equilibrio di chiunque. Avere una solida autostima aiuta da sempre le persone ad affrontare le difficoltà, a gestire l’ansia e le paure, a fare delle proprie emozioni e sensazioni un vero campo di battaglia nel quale imparare costantemente dagli errori. Quando questi processi sono mancanti la persona sente automaticamente la necessità di dimostrare il proprio valore e appagare le proprie aspettative cambiando i propri comportamenti e rivedendo il valore intrinseco delle relazioni con gli altri.
I suggerimenti di Benedetto che troviamo sempre nella sua Regola per riuscire a costruire uno zelo buono sono “sopportare”, ma soprattutto avere “pazienza” e imparare ad “obbedirsi”.
Passività e sottomissione? Non direi. Piuttosto questi tre passaggi vanno interpretati come dei momenti fondamentali di crescita interiore e relazionale. La sopportazione, che spesso vediamo solo in modo negativo ci aiuta in realtà a mettere sul piatto della bilancia i nostri punti di forza e di debolezza: non sapremo mai quanto ci pesa una cosa se prima non ci esercitiamo a farla. Così come la pazienza ci insegna che ogni passo deve essere commisurato ad aspettative reali anche se ambiziose; per esempio, pur aspirando a un lavoro e un ruolo di responsabilità, dovrò prima costruire competenze, esperienze e valore.
Quanto all’obbedirsi penso questo faccia riferimento alla capacità di creare l’ascolto verso l’altro, di compartecipazione continua e soprattutto di umiltà, tutte doti che vanno coltivate ogni giorno: doti indispensabili nella crescita di ogni persona e soprattutto di chi è chiamato a ruoli di responsabilità sociale e professionale.
Ancora più interessante il passaggio successivo “nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma quello degli altri”. Questa visione benedettina è molto interessante perché anche in apparenza può sembrare solo la volontà di piegare sotto una dura disciplina le persone per annientarne il carattere, in verità cerca sempre di sviluppare il senso della relazione, una relazione libera non soggetta a vincoli (il monaco infatti non è costretto alla vita del monastero) e pertanto spendibile in una logica di amore vicendevole fatta appunto di “carità umile e sincera”.
Quindi lo zelo non fosse più una caratteristica personale, ma diventa una spinta corale comunitaria per costruire un clima di bene e serenità per tutti attraverso una vera e propria “gara continua di virtù” il cui premio è la pace comune.
Se lo “zelo cattivo” produce “amarezza”, quello “buono allontana dai vizi” e soprattutto eleva l’uomo. È come se da una parte avessimo tutti gli stati depressivi dell’uomo (paura, sottomissione, rancore) e dall’altra la completa possibilità di sentirsi liberi e amati totalmente. Lo scopo non è quello di prevaricare le persone, ma aiutarsi a ritrovare una pace interiore ed esteriore che nelle logiche cristiane in genere potrebbe essere descritta come la vittoria del bene sul male.
Lo zelo diventa lo strumento e l’essere zelanti produce una forma di emulazione che ha lo scopo di sostenere i più deboli perché solo attraverso una profonda attenzione all’altro si vincono gli egoismi e si produce uno spirito compartecipativo (oggi molto auspicato in ogni settore della vita professionale). Saper stimare l’altro è un processo complesso: prima di tutto significa sapersi mettere in un piano di servizio (non servile) e di costante attenzione e ascolto.
Quello che colpisce è che nella logica dello zelo costante Benedetto auspica spontaneità e libertà. Nel mondo monastico questo aspetto viene definito Koinonia ed è una dimensione ben più alta di quello che potrebbe essere il rapporto verticale superiore-sottoposto e il principio ispiratore di tutte le forme democratiche del mondo.
Come applicare uno zelo buono che possa difenderci da uno zelo cattivo?
1. Evitare di diventare ossessivi nelle situazioni, nei rapporti interpersonali: tutto è importante, ma non fondamentale
2. Non spingersi mai oltre a quanto richiesto: nelle scelte di relazioni la libertà dell’altro è un valore assoluto almeno quanto la nostra e la vita dell’altro non ci appartiene
3. Non sentirci mai padroni di qualcosa: la vita è un imparare continuo e ogni situazione insegna
4. Essere in crescita non in gara con gli altri: ognuno ha la sua strada e i suoi percorsi e non è detto che debbano essere i nostri
5. Saper fare silenzio almeno quanto basta a non ostacolare l’altro: ascoltare se stessi in modo profondo e imparare a leggere tra le righe la storia dell’altro
6. Ricordarci che ciò che facciamo lo dobbiamo mettere in atto solo per altruismo e non per essere lodati e imitati.
È fin troppo facile dire che gli eccessi fanno sempre male , l’importante è sapersi fermare in tempo quando compaiono i primi segnali: quante volte nelle discussioni non ascoltiamo il parere degli altri o altre volte giudichiamo senza conoscere i fatti attaccandoci a cavilli che ci fanno divenire paladini di guerre sante o di impossibili sistemi. In questi casi è lo zelo cattivo ad avere il sopravvento sulla nostra capacità di azione e reazione, sulla nostra lucidità di pensiero e di relazione. Non siamo depositari di verità assolute e questo dovrebbe bastarci per orientarci ad ascoltare ed imparare di più.
Come vediamo dietro a chi è zelante si nasconde spesso una persona insicura. Infatti solo chi vive lo zelo come un piacere e non come una missione si impegnerà a cambiare il mondo nel silenzio e senza cercare riconoscimenti e gloria. Per citare un altro passaggio sempre della Regola “Nulla antepongano a Cristo” (Cap. 72), che tradurrei in “Nulla antepongano all’amore per gli altri” purché sia indiscriminato, gratuito e soprattutto fatto di libertà e fiducia.
Paolo G. Bianchi
Antropologo, Counselor
BrainFactor
Bibliografia principale
1. Georg Holzherr OSB, La Regola di San Benedetto, Casale Monferrato (Alessandria), Edizioni Piemme, 1992.
2. Botturi Francesco Tommaso, La dignità dell’uomo nella Regola di San Benedetto, Orta (Novara), Abbazia Mater Ecclesiae, 2005.
3. De Vogüé Adalbert OSB, La comunità: ordinamento e spiritualità, Praglia (Padova), Edizione Scritti Monastici, 1991
4. Grün Anselm, Guidare le persone risvegliare la vita, Milano, Gribaudi Editore, 2003.
5. Nouwen Henri J. M., Ho ascoltato il silenzio. Diario da un monastero trappista, Brescia, Editrice Queriniana, 2005.
6. Tredget Dermot OSB, The spiritual dimension of leadership in “Consulting into the future, the key skills”, London, MCA Managing Consulting Association, 2002.
7. Paolo G. Bianchi, Ora et Labora, la Regola Benedettina applicata alle strategie d’impresa e al lavoro manageriale, Xenia ed, 1996 http://www.xenia.it/libri-paolo-g-bianchi-ora-et-labora-49.html
8. Domenico Starnone, Eccesso di zelo, Universale economica 2011
9. Cecilia Falchino, Volto del monaco, volto dell’uomo. Saggio di antropologia monastica nella Regola di Benedetto. Ed. Quinanion 2011
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