Di recente, su suggerimento di un amico, mi sono dedicato alla lettura de “Il lupo e il filosofo”, opera autobiografica di Mark Rowlands. In essa Rowlands racconta il legame indissolubile che si crea tra lui, giovane e “ribelle” professore universitario di filosofia in un’università americana, e Brenin, il suo lupo…
L´autore usa le esperienze di vita quotidiana a contatto con il lupo (che lo seguirà praticamente ovunque per 11 anni) come spunto per interessanti considerazioni sulla natura umana, in particolar modo su ciò che distingue la nostra specie dalle altre. Partendo dal presupposto che l’analisi tratteggiata da Rowlands non sia particolarmente lusinghiera per noi homini sapiens sapiens, seguiamone l’andamento logico, che è certamente interessante non solo dal punto di vista filosofico, ma anche psicologico ed evoluzionistico.
Innanzitutto, per l’autore un primo tratto che distingue l’uomo dagli altri animali è che gli “gli uomini sono gli unici animali che credono alle storie che si raccontano su se stessi”: le storie che ci raccontiamo sono, tendenzialmente, riferite al fatto che noi siamo gli animali più intelligenti, più sviluppati, i migliori insomma. Secondo Rowlands queste sono, tuttavia, storie raccontate da scimmie: con questo termine il filosofo intende la tendenza (innata in ognuno di noi ma certamente più sviluppata in alcuni) a vedere ed analizzare il mondo esterno in termini strumentali. Noi scimmie in quest’ottica attribuiremmo, tramite una valutazione attenta delle possibilità e un continuo calcolo delle probabilità, valore ad ogni cosa in funzione di quello che la cosa può fare per noi. Questo si rifletterebbe anche sui rapporti con i simili, e la scimmia baserebbe le relazioni con gli altri su un unico principio: cosa puoi fare per me, e quanto mi costerà fartelo fare?
Queste tendenze, che Rowlands definisce scimmiesche, sono rese possibili da un certo sviluppo cognitivo che è avvenuto nelle scimmie e, per quanto ne sappiamo, in nessun altro animale. In rapporto a dimensioni corporee le scimmie hanno un cervello più grande di quello dei lupi e dei canidi in genere (la differenza è stimabile intorno al 20 per cento). La domanda da porsi è: “È un vantaggio? E se sì, come è stato acquisito tale vantaggio e a quale prezzo?” Per spiegare il perché dell’accrescimento cerebrale, analizziamo i tipi di intelligenza che possiamo identificare in un animale: c’è innanzitutto un’intelligenza meccanica, che permette all’animale di affrontare il mondo esterno (se ho una noce da rompere, uso una pietra su un’altra pietra) e che è comune, seppur a gradi diversi, a tantissime specie.
I mammiferi sociali, che vivono in gruppi più o meno grandi (dagli elefanti, ai leoni, ai canidi, alle scimmie) hanno anche un’intelligenza sociale, che permette di capire i rapporti esistenti tra i vari membri del gruppo, capirne le dinamiche, individuare chi è superiore a chi. Si potrebbe pensare (o raccontarci la storia, per usare la terminologia dell’autore) che sia stata la maggiore intelligenza a “suggerirci” di vivere in gruppo, per avere riparo, sicurezza, aiuto. Tuttavia è vero il contrario, cioè che gli animali sociali sono più intelligenti perché devono essere in grado di fare cose che gli altri animali non fanno: comprendere i rapporti che esistono con altre creature simili a loro.
Infine, scimmie ed esseri umani (che hanno il cervello più sviluppato rispetto agli altri mammiferi sociali) condividono quello che due primatologi dell’università di St Andrews hanno definito come intelligenza machiavellica. Vivere in gruppo ha aperto infatti nuove possibilità, e ha richiesto nuove esigenze, o capacità. Il gruppo, ad esempio, fornisce la possibilità di manipolare i propri simili ottenendo un tornaconto personale, ingannandoli. D’altro canto, tuttavia, abbiamo l’esigenza di capire se siamo noi quelli ingannati. Il gruppo permette inoltre di formare alleanze per sconfiggere un avversario, ma allo stesso tempo abbiamo l’esigenza di non essere oggetto dei complotti altrui. E questo ha favorito il nostro accrescimento cerebrale. “Le scimmie, e l’uomo, sono più intelligenti dei lupi e dei cani perché sanno ingannare e complottare meglio di loro”.
Rowlands argomenta che gli altri tratti caratteristici dell’intelligenza umana (produzioni artistiche, letterarie, scientifiche) debbano quindi essere considerati come un sottoprodotto dell’intelligenza machiavellica. Ma cosa ha spinto scimmie e uomini su quel ramo del sentiero evolutivo, che gli altri mammiferi sociali non hanno intrapreso? Secondo l’autore sono stati il sesso (in particolare inversione del rapporto piacere / sesso riproduttivo, con conseguente necessità di tramare e manipolare per ottenerlo) e la violenza (presente in tutti gli animali ma in forma di raptus, di reazione improvvisa, mentre nelle scimmie e nell’uomo si assiste alla premeditazione: dobbiamo “capire” la premeditazione altrui).
Secondo Kant la nostra intelligenza e moralità ci rendono unici: Rowlands riconosce questa verità, ma da un lato ci ricorda con quali monete evolutive abbiamo comprato l’intelligenza (sesso e violenza), dall’altro ci spiega che il nostro senso morale esiste solo in quanto l’uomo è un animale cattivo; tanto più un animale è cattivo e restio alla conciliazione, quanto più ha bisogno di un senso della giustizia , di sapere cosa sia giusto o sbagliato, in ultima analisi di sapere se un’azione, solitamente violenta, è lecita o meno.
Scopo di Rowlands non è quello di demonizzare il genere umano, ma di ricordarci che quello che siamo è frutto di un’evoluzione costante e ancora in divenire: “Il meglio di noi ha origine dal peggio. Non è necessariamente un male. Ma è una cosa che faremmo bene a tenere sempre presente”.
Marcello Turconi
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