WASHINGTON – La produzione industriale di composti chimici è aumentata significativamente negli ultimi 20 anni e si stima che dal 50% al 96% degli americani presenti nelle urine “livelli tossici” di pesticidi neonicotinici e organofosfati.
Pubblicato in questi giorni dalla National Academy of Sciences (NAS) il rapporto Environmental Neuroscience. Advancing the Understanding of How Chemical Exposures Impact Brain Health and Disease. Liberamente consultabile, il ricco volume documenta lo stato dell’arte della disciplina, secondo quanto emerso nel recente workshop internazionale di Washington.
Si scopre che sono più di 80.000 gli agenti tossici da cui siamo bombardati quotidianamente, ma l’impatto di questi sul cervello è ancora poco conosciuto, nonostante l’esposizione precoce possa avere conseguenze sul neurosviluppo e, più in là negli anni, sulla neurodegenerazione.

Gli effetti di molte sostanze che riempiono l’ambiente in cui viviamo possono inoltre interagire con altri fattori di rischio, quale lo stress prenatale ad esempio. E la persistenza di alcuni agenti nel nostro corpo può risultare in una tossicità cumulativa dalle gravi conseguenze sul sistema nervoso.
Approfondire lo studio dell’esposizione individuale alla “chimica ambientale” – spiegano i ricercatori – potrebbe inoltre aiutarci a comprendere meglio condizioni non spiegabili dalla sola vulnerabilità genetica, come il disturbo da deficit dell’attenzione – iperattività (ADHD), il Parkinson (PD), l’Alzheimer (AD), la sclerosi laterale amiotrofica (SLA).
L’esposizione non avviene soltanto in modo diretto, ma in gran parte attraverso ciò che mangiamo: carne, pesce, latte e derivati contengono infatti composti tossici assimilati da aria, acqua e suolo nel quale gli animali sono cresciuti. Per capirci, in modelli sperimentali il glifosato (uno dei diserbanti più venduti al mondo) è stato associato a stress ossidativo, alterazione dei neurotrasmettitori, comportamenti depressivi.

Esplorare e integrare la molteplicità dei fattori esterni che contribuiscono alla neurotossicità, rilevando sistematicamente le esposizioni ambientali dal momento del concepimento in poi, unitamente alle esperienze, ai luoghi di vita, agli ambienti di lavoro, al tipo di alimentazione.
Questo è ciò che i ricercatori oggi chiamano “esposoma”, concetto introdotto nel 2005 da Christopher Paul Wild, epidemiologo molecolare dell’Università di Leeds (qui il suo paper originale full text Complementing the Genome with an Exposome: The Outstanding Challenge of Environmental Exposure Measurement in Molecular Epidemiology).
Una sorta di contraltare al “genoma”, per tenere in debita considerazione non solo gli elementi fisici e chimici (campi magnetici, clima, contaminanti, ecc.) ma anche l’ecosistema (densità abitativa, urbanistica, spazi verdi), lo stile di vita (attività fisica, uso di droghe, igiene del sonno), le condizioni sociali (norme culturali, stress, disuguaglianza, povertà).
Un percorso con grandi obiettivi, dunque, quello che hanno davanti le Neuroscienze Ambientali, di stringente attualità, ancora in gran parte da costruire, di cui il workshop americano ha gettato le fondamenta. Ancora più impegnativo rispetto ad altri settori di ricerca, perché la correlazione tra esposizioni ambientali e malattie umane richiede lo studio di coorti ampie di popolazione dislocate in aree geografiche estese.
E molti, ma molti, finanziamenti.
Il rapporto:
Photo: “Tractor Fertilize Field Pesticide And Insecticide” by aqua.mech is licensed under CC BY 2.0
Le illustrazioni che intercalano il testo sono tratte dal rapporto NAP, pubblicato in open access e liberamente disponibile.

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