Alzheimer, determinati i legami fra i biomarcatori in soggetti sani

cervello sano e cervello alzheimer alla petI livelli di apolipoproteina E (apoE) nel liquido cerebrospinale sarebbero altamente correlati con i livelli di proteine associate allo sviluppo dell’AD quali la proteina precursore dell’amiloide (APP) e la proteina tau.

Lo ha rivelato uno studio pubblicato sull’ultimo numero del Journal of Alzheimer’s Disease (Vuletic S. et al., Apolipoprotein E Highly Correlates with AbetaPP- and Tau-Related Markers in Human Cerebrospinal Fluid, JAD, November 2008).

Condotto da un gruppo di ricerca promosso dalle Università di Washington, Puget Sound Veterans’ Affairs Health Care System di Seattle, University of Pennsylvania, University of California di San Diego, lo studio è stato realizzato su soggetti adulti in buona salute e cognitivamente normali, con un’età dai 21 agli 88 anni, misurando i livelli di diverse molecole associate all’Alzheimer (AD). 

Mentre studi precedenti avevano evidenziato il ruolo del gene dell’apoE nello sviluppo dell’AD, era ancora sconosciuta la connessione tra ApoE e gli altri biomarcatori presenti nel CSF di adulti sani. Anche se il nuovo studio non può stabilire nessi causali, i risultati suggeriscono fortemente che i livelli di apoE nel CSF possono spiegare una significativa proporzione dei livelli dei marker biologici correlati all’APP e alla tau nel cervello umano, il che indica un forte legame fisiologico tra apoE, APP e tau. Lo studio indica la possibilità che la modulazione dei livelli di apoE possa influire sui livelli di APP e tau nel cervello.

Inoltre, lo studio ha dimostrato che le persone che presentano una forma genetica “benefica” di apoE (chiamata ApoE2), associata a un minore rischio di AD, presentano anche nel CSF livelli inferiori del peptide beta-amiloide 42, molecola implicata nello sviluppo delle placche caratteristiche dell’AD. Questi risultati possono spiegare alcune delle basi dei noti effetti dell’ApoE2 osservati in studi condotti su ampi campioni di popolazione.

“Comprendere le associazioni tra queste importanti molecole nel cervello di persone cognitivamente normali e in buona salute ci aiuterà a sviluppare strategie migliori non solo per le diagnosi, ma anche per la prevenzione e il trattamento dell’AD. Questo studio fornisce inoltre un’opportunità per capire come le relazioni tra le molecole si modificano, portando alla patologia”, ha commentato Simona Vuletic, di Northwest Lipid Metabolism and Diabetes Research Laboratories, University of Washington School of Medicine di Seattle e coordinatore dello studio.

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