Percezioni, illusioni, allucinazioni

Ci sono due modi molto diversi di dare conto dell’esperienza percettiva.

Il relazionalismo sostiene che avere un’esperienza percettiva significa essere un soggetto in una relazione di consapevolezza con gli oggetti percepiti. Il rappresentazionalismo sostiene che la percezione sia un’attività rappresentativa di un soggetto che li accoglie.

Se la percezione è un’attività di tipo relazionale allora per comprenderne la natura della relazione bisogna quantomeno determinare la natura dei relata. Da una parte v’è il soggetto, dall’altra gli oggetti verso i quali tale soggettività è in relazione.

Con il presente articolo intendo mostrare che, se si prende in considerazione quanto le neuroscienze hanno da dire sulla percezione, allora il secondo relata della relazione percettiva non può essere costituito da oggetti comunemente intesi e indipendenti dalla mente.

Secondariamente mostrerò che il disgiuntivismo e una particolare formulazione della teoria causale possono dare conto a maglie larghe delle condizioni alle quali si dà un genuino evento percettivo [1].

I

La percezione per come descritta dalle neuroscienze ha tre step iniziali fondamentali: l’oggetto, la luce riflessa dall’oggetto e l’attivazione della retina a seguito della ricezione della luce per mezzo dell’organo oculare.

Ciò che percepiamo non può essere in alcun modo qualcosa di indipendente dal cervello e dalla mente. Gli oggetti comunemente intesi non possono essere il secondo relata della relazione percettiva.

Ciò non risolve però in maniera definitiva la contesa tra relazionalismo e rappresentazionalismo.

Ciò che si può dire è che quando si parla di percezione ci si sta riferendo a eventi esclusivamente cerebrali e quindi mentali, in un’ottica riduzionista.

Passiamo dunque a discutere le conseguenze che quest’argomentazione porta con sé rispetto alla natura del fenomeno percettivo.

II

Il nocciolo duro della teoria causale è stato espresso in molteplici modi [2] ed è possibile schematizzarlo nella veste proposta da William Child nel suo lavoro Vision and experience: the causal theory and the disjunctive conception:

<<Se S vede O, allora>>:

C’è uno stato di cose che può essere espresso nella forma << A S sembra di vedere che: … >>, e,

O è causalmente responsabile di questo stato di cose. (Child, 1992:298)

Quanto enunciato si può tradurre affermando che un soggetto S percepisce un oggetto O se S ha un’esperienza visiva E ed O è causalmente responsabile del fatto che S ha un’esperienza del tipo E.

Due cose vanno evidenziate.

Non qualsiasi esperienza di tipo E può essere considerata, se esperita da un soggetto S, la percezione di un oggetto O.

In secondo luogo, la catena causale che inizia con l’oggetto O viene portata sul soggetto S per generare poi l’esperienza E nel soggetto S.

La prima osservazione richiede che la prima condizione necessaria includa una clausola che ci dica quando l’esperienza di E può essere la percezione di un oggetto O. La seconda, invece, richiama sulla necessità di cercare una sistemazione ontologica migliore alla condizione causale.

Riguardo la seconda affermazione, c’è da chiedersi a quale genere di soggetto ci si riferisce quando si afferma che a S sembra avere un’esperienza E e che l’oggetto causa il fatto che al soggetto S sembri avere un’esperienza E.

Le scelte possibili sono tre. Posso star riferendomi ad un soggetto trascendentale, ad un soggetto esperienziale, oppure ad un soggetto empirico.

Il soggetto empirico è l’altro estremo della catena causale che si instaura prima che qualsiasi esperienza si costituisca. Per fare un esempio, la catena causale che va da un oggetto fino agli organi recettoriali del corpo vale come relazione tra un oggetto e il soggetto empirico.

Il soggetto esperienziale è il soggetto che si costituisce dopo che la percezione del soggetto, in quanto oggetto nel mondo, sia avvenuta.

Il soggetto trascendentale, invece, è ciò a cui, in prima istanza, una qualsiasi esperienza si riferisce e solo grazie al quale una serie di esperienze può essere ricondotta sinteticamente ad una coscienza.

Il soggetto trascendentale è in qualche modo già dato prima di ogni esperienza percettiva, è ad esso che qualsiasi esperienza percettiva conviene, e può essere candidato come il soggetto della proposizione “sembra ad S di avere un’esperienza E”.

Il medesimo ruolo non può essere ricoperto dal soggetto esperienziale poiché, essendo oggetto della percezione, esso si costituisce dopo che l’esperienza è già data. Tantomeno questo ruolo attiene al soggetto empirico del mondo indipendente dal soggetto che dell’esperienza può al massimo essere ritenuto riferimento.

A ben guardare però il soggetto trascendentale, al quale affidiamo il dominio sull’esperienza E, non può essere lo stesso della seconda clausola evidenziata da Child. Non si può portare l’altro relatum dell’oggetto O direttamente sul soggetto S che esperisce E. Questo perché, se il soggetto trascendentale S fosse ciò su cui viene portata la catena causale che principia con O, questa dovrebbe esser parte dell’esperienza, cosa che invece per ipotesi non può essere.

Il soggetto con il quale è legato l’oggetto O tramite catena causale è dunque il soggetto empirico.

Questa versione della teoria causale rappresenta bene il rapporto tra oggetto, luce e retina evidenziato nel primo paragrafo.

Ma se la relazione causale è quella tra “oggetto / luce” e soggetto empirico si può formulare una versione della teoria disgiuntiva che metta ordine tra eventi percettivi, illusioni e allucinazioni.

III

McDowell nel suo Criteria, defeasibility and knowledge afferma:

Supponiamo di dire che qualcosa ci appaia come l’apparenza di qualcosa possa essere la mera apparenza di qualcosa o il fatto che qualcosa appaia manifesto a qualcuno. Gli oggetti dell’esperienza nei casi di illusione sono mere apparenze. Ma non per questo dobbiamo accettare che anche nei casi di percezione genuina gli oggetti dell’esperienza siano mere apparenze, qualcosa che si può presentare indipendentemente dai fatti stessi. Al contrario, la percezione genuina delle apparenze degli oggetti ci apre a come le cose sono dischiuse dall’esperienza. Pertanto le apparenze non sono più concepite come qualcosa frapposto tra l’esperienza del soggetto e il mondo. (McDowell, 2009:80).

Ciò che entra nell’esperienza del soggetto può essere dunque molto differente. Quando percepiamo, l’esperienza del soggetto è quella di uno stato di cose del mondo mentre nei casi allucinatori è quella di qualcosa che appare essere uno stato di cose del mondo. Se percepisco un oggetto dotato di qualità, appare anche che ci sia un oggetto dotato di quelle qualità. Il punto è che l’evento allucinatorio può avere l’apparenza di uno stato di cose presente nel mondo. Da quest’identità d’apparenza proviene l’indistinguibilità tra due esperienze.

Se l’indistinguibilità è una delle caratteristiche che coinvolgono genuini eventi percettivi, illusori e allucinatori allora elaborare una distinzione disgiuntiva che renda conto a priori della natura dei tre eventi sembra essere impresa disperata. Se io non posso epistemologicamente distinguere tra illusioni percezioni e allucinazioni per via a priori allora sempre a priori la loro natura mi è preclusa. Questo perché ciò che è immediatamente dato alla coscienza io non lo posso distinguere di fatto.

O con le parole di Mc Dowell:

Se gli oggetti della nostra esperienza quotidiana sono in astratto mera apparenza, come presi in considerazione da << Il modello del ‘Più alto fattore comune’ >>, allora non è più chiaro come, facendo appello all’idea che “Il più alto fattore comune” ha il contenuto conoscitivo che acquisisce con il confronto con la realtà, noi potremmo metterci in salvo dal rappresentarla come posta tra noi ed essa. Infatti, è comprensibile che il modello del ‘più alto fattore comune’ mina alla base l’idea che ciò che vediamo siano gli oggetti presenti nel mondo al di là delle apparenze, di un qualsiasi contenuto conoscitivo. (McDowell, 2009:81)

Un tentativo notevole, per via teoretica, di elaborare una metafisica di carattere disgiuntivo degli eventi percettivi è stata condotta da Alex Byrne. Alex Byrne nel suo articolo Either/or dichiara insostenibili entrambe le versioni proposte per il disgiuntivismo.

Per quanto riguarda la versione del disgiuntivismo del tipo Illusioni / Allucinazioni v Percezioni, Byrne avanza la seguente argomentazione:

In accordo con il disgiuntivismo P v I/A (percezioni contro illusioni e allucinazioni), non c’è nessun evento o stato mentale specifico comune tra casi di percezione genuina e illusioni. Tornando “all’esempio del pomodoro” di Austin: nei casi di percezione genuina, Austin sostiene che ciò che vediamo è il pomodoro rotondo e rosso; nel caso invece in cui abbiamo l’illusione di vedere un pomodoro sferico e rosso quello che vediamo è il pomodoro ma il modo in cui ci apparirà sarà diverso. Consideriamo due casi di illusione: nella prima illusione, il pomodoro sarà rosso e ovoidale; nel secondo caso di illusione il pomodoro sarà verde e sferico. Nel primo caso di illusione, Austin direbbe che il pomodoro è rosso, mentre non vede che il pomodoro è sferico; nel secondo caso di illusione, Austin vedrebbe che il pomodoro è sferico, ma non vede che esso è rosso. Noi stiamo cercando un elemento comune di natura mentale, abbastanza specifico da essere assente in ogni caso di percezione genuina nei quali si direbbe di vedere un pomodoro rosso e ovoidale. L’elemento comune non può essere che si veda <<che il pomodoro è rosso>> dato che il soggetto non ricade nel secondo caso di illusione; similmente non può essere che si veda che << il pomodoro è sferico>>. Cosa si può dire circa il fatto che << vediamo un pomodoro?>>. Sebbene in ogni illusione si possa dire che ciò che è visto e il pomodoro, questo stato non è sufficientemente astratto – saremmo in questo stato nel caso di un pomodoro verde e ovoidale, come nel caso della percezione genuina del pomodoro. Ma abbiamo lasciato fuori sicuramente il candidato più ovvio che <<il pomodoro ‘sembra’ rosso e sferico>>. In ogni caso di illusione e in ogni caso di percezione genuina si può dire che <<Il pomodoro ‘sembra’ rosso e sferico>>. (Byrne, 2008:87)

L’argomento illustra che, sia quando percepiamo un oggetto dotato di certe qualità, sia quando siamo soggetti all’illusione corrispondente, c’è qualcosa di comune alle esperienze cioè l’apparenza che vi sia un oggetto con determinate qualità e dunque che la pretesa del disgiuntivismo metafisico del tipo esaminato; cioè che non ci sia alcuno stato mentale o evento comune tra i casi di percezione e quelli d’allucinazione, è da ritenersi falso. L’argomento funziona proprio in virtù dell’ipotizzata comunanza tra allucinazioni ed illusioni nel loro essere apparenze dello stesso tipo.

Alex Byrne cerca, come detto, di compiere un ulteriore passo e di negare licenza anche all’ipotesi disgiuntiva che assimila percezioni genuine e casi d’illusione contro eventi allucinatori. Questo passo tratto da Either/Or illustra il suo tentativo:

Se l’esperienza non ha contenuto, allora il disgiuntivismo del tipo PI v A (percezioni e illusioni contro allucinazioni) è falso; cosa a cui il disgiuntivismo del tipo PI v A è costretto. Nei casi di illusione le cose sembrano essere esattamente come esse sono nei casi di percezione genuina. Il fatto che le cose si somigliano viene considerato dai disgiuntivisti del tipo PI v A essere un caso di sovrapposizione dei contenuti mentali dischiusi dall’esperienza. Nei casi di percezione genuina, le cose appaiono esattamente come sono, e l’esperienza è accurata; nei casi di illusione, le cose non sono come esse appaiono e l’esperienza è inaccurata. Nei casi di percezione genuina e nei casi di illusione alcune congiunzioni possono specificare l’elemento comune; cioè <<come le cose sembrano>>. Per esempio: che una cosa è rossa e sferica, che c’è qualcosa di rosso e sferico dietro di me, ecc… e che danno le condizioni di accuratezza dell’esperienza. Queste proposizioni sono vere nel caso di percezioni genuine e false nei casi di allucinazione. Questa è, eccetto che nel nome, l’ortodossia di chi ritiene che l’esperienza abbia un contenuto mentale. I disgiuntivisti del tipo PI v A non possono escludere che l’esperienza nei casi di allucinazione abbia un contenuto mentale che non corrisponde alla realtà; cioè falso. (Byrne, 2008:90).

Questa seconda argomentazione non sembra però essere persuasiva quanto la prima.

Innanzitutto la motivazione addotta per dimostrare che in fondo i contenuti dell’esperienza percettiva siano contenuti rappresentazionali è debole. L’esistenza di proposizioni che descrivono come le cose appaiano e che danno condizioni di accuratezza dell’esperienza non implica che l’esperienza abbia un contenuto proposizionale e non costringe ad alcuna assunzione ontologica di contenuti rappresentazionali comuni. Una stessa proposizione come “sembra ci sia un oggetto verde” può essere falsa nei casi allucinatori e d’illusione, senza che gli stati di cose siano lo stesso genere d’esperienza.

Non è inoltre vero che se l’esperienza avesse contenuti rappresentazionali la teoria disgiuntiva sarebbe falsa, poiché l’esperienza visiva può comprendere contenuti rappresentazionali senza essere da essi esaurita e l’individuazione di un elemento mentale comune tra i contenuti intenzionali nei casi allucinatori e d’illusione non implica , cosa che interessa al disgiuntivista, l’esistenza di un elemento comune nei contenuti non intenzionali di illusione e allucinazione.

Se il disgiuntivismo che assimila percezioni e illusioni contro eventi allucinatori è teoreticamente ammissibile lo è ancora di più dal punto di vista empirico e causale. La distinzione tra eventi percettivi e illusivi e quelli allucinatori sarebbe quella che corre tra eventi causalmente determinati per i primi e non causalmente determinati per i secondi.

Nel caso di percezioni e illusioni v’è nel soggetto empirico un’attivazione recettoriale da parte della retina, cosa che manca invece agli eventi allucinatori. Tale sistemazione disgiuntiva sarebbe dunque metafisicamente determinata, teoreticamente ammissibile e empiricamente determinabile.

Andrea Bucci

Note

  1. S. Schellenberg, The Particularity and Phenomenology of Perceptual Experience, Philosophical Studies, 149, (1), 2010, pp. 19-48
  2. P. Grice, The Causal Theory of Perception. In Jonathan Dancy (ed.), Aristotelian Society Supplementary Volume. Oxford University Press, 1988, pp. 121-168; D. F. Pears (1976), The causal conditions of perception, Synthese, 33 (5), 1976, pp.25-40; P.F. Strawson, Perception and its objects, 2010, In Alva Noë and Evan Thompson (ed.), Vision and mind : selected readings in the philosophy of perception, MIT Press, 1979, pp.91-110; V. Artstila  and K. Pihlainen, Kalle, The Causal Theory of Perception Revisited, Erkenntnis, 70 (3), 2009, pp. 397-417

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