“A Bruxelles c’è shock e rabbia. In Svizzera, celebrazione e sollievo.
Ma anche grossi dubbi su cosa esattamente succederà ora”
(Sam Jones, Financial Times, 28/5/2021)
Spiace mettere un titolo così banale. Ma rispecchia la situazione. Certo, chi non vorrebbe stare con un piede dentro e uno fuori? A chi non farebbe comodo? Però l’ultimo atto del tira e molla che va avanti ormai da sette anni tra Svizzera e Unione Europea non ha portato i frutti che qualcuno sperava.
Per il Guardian, “chi ha trovato inaccettabili i termini di un possibile accordo sono stati gli svizzeri”. Termini che, tra l’altro, “erano meglio di quelli offerti a suo tempo al Regno Unito”. Agli svizzeri non sembra andare proprio giù la prospettiva del libero movimento con residenza e sicurezza sociale per i cittadini UE, sottolinea Euronews.
E adesso, a poche ore dal risultato portato a casa dai negoziatori, qualcuno si accorge che, va bene l’amor patrio, ma qui poi ci chiudono i rubinetti dei fondi per la ricerca!
Università e politecnici infatti – spiega la Radiotelevisione Svizzera Italiana (RSI) – sono seriamente preoccupati per le conseguenze, perché “sembra oramai inevitabile che le scuole elvetiche saranno escluse dai programmi di ricerca europei”.
Ieri Astrid Epiney, rettore dell’Università di Friburgo e rappresentante di Swissuniversities, ha parlato di “minaccia espressa più volte dalla Commissione Europea di escludere gli atenei elvetici da Horizon in caso di mancata sottoscrizione dell’accordo quadro”.
La “piazza elvetica” – dicono alla RSI – rischia di diventare meno attrattiva per i ricercatori perché perderebbe “l’accesso paritario alle grandi ricerche europee”. A Epiney, a questo punto, non resta che pregare il Consiglio Federale di “indicare come intende limitare i danni”.
Dalle pagine di Science Business Olivier Küttel, dell’Istituto Federale di Tecnologia di Losanna, prova a “ricordare all’Europa che non ci sarebbe un collegamento formale o legale tra la partecipazione svizzera a Horizon e il trattato tra Svizzera e Unione”.
D’altro canto, preoccupano anche gli Erasmus, “d’importanza centrale per il collegamento strategico delle scuole universitarie”. Quello che si teme è un generale indebolimento di competitività e quindi la “perdita della posizione internazionale nella ricerca”.
Secondo un recente rapporto (vedi Brainfactor del 30/10/2020), i cisalpini lo scorso anno si sono accaparrati dallo European Research Council (ERC) ben 34 Starting Grants, in coda solo a Germania, Gran Bretagna, Olanda e Francia. L’Italia? Al decimo posto, con 20 contributi, pur essendo paese membro a tutti gli effetti.
È vero, tutti vorrebbero solo vantaggi. L’uovo e la gallina insieme, appunto. Però è anche ora di decidere una volta per tutte se esserci o non esserci. Stop. Come ha fatto il Regno Unito, assumendosi sia gli onori che gli oneri della propria disambiguazione.

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