Il 36% delle persone al di sopra dei 65 anni che si suicidano lo fanno con un’arma da fuoco. E il 32% degli omicidi con armi da fuoco è commesso da “over 65”. Uno studio di Carlo A. Clerici, Valeria Pirro, Laura Veneroni, Francesca Mameli, Angelo de’ Micheli, dell’Università Statale e del Policlinico di Milano, mette finalmente in luce le “relazioni pericolose” fra armi e disordini cognitivi. E’ pubblicato in Open Access sull’Italian Journal of Public Health.
“La valutazione del rischio in relazione alle armi da fuoco e ai disordini cognitivi è complesso e al momento non esistono nemmeno linee guida relative alla gestione appropriata delle persone con demenza che possiedono o possono avere accesso alle armi”, chiariscono gli Autori subito in apertura dello studio, che illustra i risultati di una meticolosa analisi dei lavori scientifici internazionali che hanno trattato il fenomeno sia in termini di abuso che di prevenzione pubblicati negli ultimi 20 anni.
Ma quali sono i fattori specifici di rischio? La compromissione del funzionamento cognitivo, che è una caratteristica tipica della demenza, può rappresentare un fattore di rischio per comportamenti violenti o in generale potenzialmente pericolosi per sé e per gli altri. I problemi neuropsicologici più comuni includono infatti una riduzione del funzionamento del sistema esecutivo, della memoria, dell’orientamento, dell’attenzione, ma anche un perdita significativa della capacità di inibire comportamenti impulsivi; in aggiunta, possono anche manifestarsi tratti psicopatologici quali gravi disturbi dell’umore, psicosi, disordini dell’attività psicomotoria, agitazione, disturbi di personalità.
La prevalenza di comportamento aggressivo, verbale o fisico, nelle persone con demenza viene stimata fra il 30 e il 50% dei casi, specialmente in fase avanzata di declino e in presenza di malattia di Alzheimer o di demenza frontotemporale. “Anche se la demenza non è l’unica spiegazione per la violenza, questa particolare condizione è certamente uno dei fattori importanti; gli effetti combinati di sintomi psicologici e comportamentali quali le psicosi o l’aggressività possono costituire un fattore di rischio”, sottolineano gli Autori, ricordando che anche solo i problemi di memoria e i disturbi visuospaziali possono interferire con la capacità di mettere in sicurezza un’arma in un luogo appropriato.
E’ per questo che il rischio rappresentato dal connubio demenza e armi da fuoco necessita una accurata valutazione. “La normativa Italiana prevede una serie di procedure per il rilascio e il mantenimento del porto d’armi che non contemplano però uno specifico assessment cognitivo neuropsicologico. I medici di famiglia, i geriatri, gli psicologi clinici e altre figure specializzate adeguatamente formate possono rappresentare un osservatorio indispensabile sulle persone che detengono armi da fuoco, in attesa di specifiche normative mirate a mettere in grado gli operatori di intervenire opportunamente quando una persona manifesta i segni di disturbi psichici o comportamentali che possono costituire un rischio potenziale per la propria e l’altrui incolumità”, concludono gli Autori.
In Italia sono 4,8 milioni le persone che detengono o utilizzano armi per motivi professionali, sportivi o “ricreativi”. E dato che la popolazione sta invecchiando a vista d’occhio…
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