Una nuova barbarie si diffonde nella civiltà contemporanea, una nuova stirpe di untori: i patologizzatori. Sempre al lavoro, infaticabili, irreprimibili. Devoti della religione della classificazione e della normalizzazione, nuovi sacerdoti della bonifica di ogni sporgenza, di ogni divergenza, di ogni irriverenza, sono sempre pronti a secernere nuovi nomi per improbabilissime sindromi…
Ma soprattutto a esercitare l’ufficio di scatenare la colpa e di mettere in cura, in pentimento, in redenzione, tutti coloro che sono in qualche modo incappati in una manifestazione di intemperanza o di eccedenza. Foucault ce lo ha spiegato per il dritto e per il rovescio che l’esercizio del potere, della repressione e della marginalizzazione di ogni espressione dell’essere altro sarebbe passato, anzi è ormai passato dalla tortura, dalla sanzione, dall’interdizione, dall’esclusione alla patologizzazione e alla cura.
Ma nessuno sembra in grado di difendersi da questo virus contagioso, da questa forma subepiteliale e ormai pervasiva di sorveglianza e di manipolazione continuata e scatenata. E’ persino troppo facile mettere alla berlina i professionisti più indomiti di questa campagna, i professionisti della medicina, al soldo dell’industria farmaceutica e dell’ipnosi di massa. I nostri cari medici, succubi e complici della sistematica diffusione di paranoia nei confronti del più piccolo disturbo che si manifesti sotto la forma di comportamenti definiti disturbati ma soprattutto disturbanti.
Di un tale esercito di poliziotti in càmice, l’exploit più eclatante è indubbiamente quello che ha visto e vede tuttora milioni di bambini esposti all’insolenza della diagnosi di disturbo di iperattività e deficit di attenzione. Un nome che da solo partecipa del delirio di chi l’ha prodotto e che prende di mira tutti quelli che si comportano, specialmente in luoghi di coercizione e di annoiamento sistematico come gli istituti scolastici, con l’unica reazione ragionevole: avere crisi di agitazione e rifiutare qualsiasi invito a chinarsi sopra oggetti il cui interesse è pari a zero.
Eppure qui è in atto una guerra, una guerra terribile, la cui posta è la salute psichica e fisica da un lato di bambini e ragazzi ma anche il loro diritto a esprimere la propria ribellione, la propria singolarità, la propria differenza ora e per sempre. La testimonianza del tutto comprensibile che la diffusione di un tale supposto disturbo offre dell’incredibile fallimento dell’istruzione scolare a farsi prendere sul serio è solo uno degli aspetti che dovrebbe porci in guardia da un complesso reticolo di azioni patologizzanti poste in atto da tutti gli stakeholder di un sistema che tollera sempre meno la particolarità e vorrebbe mettere sotto farmaco (carpendo spropositati guadagni da ciò) tutti i renitenti ancora in circolazione.
Senza ora entrare nella disamina, doverosa per altro (invito a farlo), della diffusione di malattie inesistenti che camuffano tuttavia il proposito di normalizzare il diverso oppure semplicemente di rendere insostenibile il più piccolo disturbo in modo da poterne quanto prima mercificare la cura, appare ben più subdola e preoccupante un’altra genìa di untori e patologizzatori in grande auge: gli psicologi.
Sono essi oggi i più scatenati nel rilevare le disfunzioni dei bambini, dei giovani, ogni qual volta manifestano quel giusto diniego di fronte ai compiti loro prescritti da istituzioni fatiscenti e per nulla più (se mai lo fossero state) credibili e affidabili quali famiglia e scuola. Di fronte a ragazzi svogliati, poco propensi a chinarsi su libri e offerte di educazione palesemente imbarazzanti e impresentabili, oppure che in famiglia appaiono desiderosi solo di negare ogni contributo alla farsa relazionale chiudendosi nei loro rifugi antiatomici per guadagnare uno spicchio d’avventura e di libertà, per quanto simulacrale, nella rete, oppure ancora pronti a buttarsi su qualsiasi dipendenza li possa separare dal brodo insostenibile di padremadre e insegnanti lobotomizzati.
Ebbene di fronte a ciò, del tutto comprensibile e perfino auspicabile ad un occhio che non voglia il loro male e la loro conformizzazione integrale, ecco levarsi la schiera di psicologi e associati pronti a far sferragliare la consueta chincaglieria di sindromi puberali, di disadattamento, di disturbi narcisistici e altre inusitate diagnosi tutte tese a patologizzare il pupo per renderlo prono ad ogni nuova azione di supplizio terapeutico affinchè ritorni, lobotomizzato a dovere, ai compiti quotidiani con indomito spirito di sacrificio e stabile passività (come il povero McMurphy in Qualcuno volò sul nido del cuculo).
E’ questa una guerra che deve vedere ogni spirito ancora libero combattere colpo su colpo all’offensiva terrificante dei patologizzatori, delle loro diagnosi, delle loro terapie e del mondo che dietro di loro si profila, puro distillato dell’uniformazione totale. Non permettiamo che si vaccinino i bambini e i ragazzi (per molti di noi probabilmente non c’è più speranza, tant’è che siam subito pronti a inchinarci davanti a questi profeti dell’inculcamento e dell’ ipercura), che vengano disboscati, igienizzati, candeggiati, insomma educastrati e psicosvuotati dall’esercito dei patologizzatori al servizio del nulla.
Prof. Paolo Mottana
Docente ordinario di Filosofia dell’educazione
Università degli Studi di Milano Bicocca
Ottimo discorso da bar dello sport, non c’è che dire. Si, non è altro che questo, perchè ogni pensiero che prende volontariamente una faccia della medaglia senza fare alcun distinguo e sparando a zero su professioni e professionisti. Il deficit di attenzione è una condizione neurologica precisa, non un nome dato a qualcosa di effimero, è una reale riduzione della capacità di mantenere l’attenzione, per quanto il nome “attenzione” può far pensare a qualcosa di puramente intellettuale, è in realtà una capacità che fa parte di un preciso percorso dal talamo alla neocorteccia e viceversa. Untori lo sta diventando lei che appioppa a tutti i professionisti dell’educazione, la sanità ed alle stesse famiglie il titolo di pigroni ed incapaci, esca lei dal suo bunker antiatomico ed impari a categorizzare e giudicare quel che vede, a mettere dei distinguo, vedrà che la sua credibilità ne gioverà alquanto.
Ma è un articolo vero, o una parodia ?
Il livore antiscientifico di questo pezzo si commenta da sé, abbiamo un filosofo dell’educazione che emette “sentenze” su professioni e patrimoni conoscitivi altre sulla mera base delle sue proprie impressioni personali… una serie di banalità scientifiche e luoghi comuni impressionanti, che ci si può attendere magari dall’uomo della strada (e anche lì sarebbe deprimente), ma non certo da un docente universitario…. esimio Mottana, si faccia un giretto in qualche Dipartimento di medicina e psicologia della sua Università, e magari imparera qualcosa di più su questi argomenti tecnico-scientifici e clinici… argomenti complessi e delicati, che, a quanto scrive, temo siano forse in ambiti che lei conosce molto poco…