“If you did not have a body, you would be out of your mind”
(Kathleen Taylor)
Da anni stiamo cercando di comprendere le basi neurobiologiche del funzionamento cognitivo umano, in modo da riuscire un domani a “potenziare”, in modo intenzionale e mirato, le nostre capacità di apprendere e di fare.
Nel contesto della formazione tanto si è scritto, molta ricerca è stata fatta nel contesto della c.d. “educational neuroscience”, un campo interdisciplinare tra neuroscienze, psicologia, pedagogia volto a scoprire sempre più in dettaglio, dati alla mano, come il cervello impara e come l’apprendimento può essere facilitato da “tecniche a evidenza scientifica”.
Ora, a che punto siamo nell’applicazione di questi metodi empiricamente validati? Sembra che stiano dando buoni frutti le esperienze di neuroscienze dell’educazione sulla c.d. “generazione alfa”, la prima a essere nata interamente nel XXI Secolo.
Ci dà promettenti anticipazioni Erika Galea nel suo nuovo libro fresco di stampa Generation Alpha in the Classroom: New Approaches to Learning [1], in cui spiega che non si tratta di qualcosa da “aggiungere” ai tradizionali protocolli, ma di un vero e proprio “cambiamento di mindset, cioè di prospettiva su come il cervello lavora, un modo diverso di pensare e vedere le cose, che ci consente di allineare i nostri metodi di insegnamento a come gli studenti processano le informazioni e sviluppano le competenze”.
In pratica, creare certo ambienti scolastici in cui gli studenti si sentano sicuri, valorizzati, incoraggiati a credere in loro stessi, ma soprattutto usare un linguaggio che incoraggi una mindset utile all’apprendimento, infine adottare strategie di “regolazione delle emozioni”.
D’altro canto, anche nella formazione degli adulti i ricercatori stanno valorizzando sempre più il ruolo delle emozioni nella cognizione, nel ragionamento e nel giudizio, “contraddicendo le tradizionali assunzioni che hanno sempre considerato le emozioni antitetiche all’apprendimento”, come sottolinea Kathleen Taylor del Saint Mary’s College of California di Berkeley, USA [2].
Ciò perché ora si inizia a riconoscere che le emozioni, essenziali alla sopravvivenza “dirigendo il cervello incarnato (del resto siamo una entità inscindibile, se non in termini astratti, provare per credere – NdR [3]) verso ambienti favorevoli alla vita e lontano da ambienti minacciosi”, rivestono un ruolo chiave nello sviluppo stesso del cervello.
E “il linguaggio metaforico, che emerge dall’esperienza incarnata”, sembra essere “necessario per pensare, ragionare, apprendere”. Ciò lo consentirebbe in gran parte l’emisfero destro, sito primario per la comprensione del linguaggio figurativo e simbolico.
Gli ambienti formativi tradizionali hanno sempre enfatizzato la “capacità dell’emisfero sinistro per il linguaggio sintattico, il pensiero diretto e lineare”. L’emisfero destro aggiunge quindi “una visione più comprensiva della realtà”.
Eccoci dunque nel campo delle c.d. “affective neuroscience”, che studiano le differenze emisferiche per fornire agli educatori “nuova consapevolezza nel ricostruire ambienti formativi tenendo in considerazione il cervello incarnato”. Ciao ciao Cartesio…
La Taylor riassume dunque in tre punti la chiave di volta del sistema: “consapevolezza del cervello emozionale, del ragionamento, delle metafore concettuali focalizzate sulla pratica” [4].
E anche il sogno a occhi aperti, il “daydreaming” per dirla all’inglese, può essere un potenziatore dell’apprendimento. Lo sostengono sul Journal of Neuroscience i ricercatori della Eötvös Loránd University di Budapest [5], evidenziando che anche “gli stati passivi della mente, simili al sonno, possono favorire un apprendimento inconscio”.
Del resto anche il Nobel Kandel nel suo insuperato manuale Principi di Neuroscienze ammette senza mezzi termini che “il controllo delle nostre azioni è prevalentemente inconscio” [6]. “Nella nostra vita reale passiamo molte ore apprendendo passivamente, circa il 50% del nostro tempo: così come il cervello ha bisogno di dormire, anche noi abbiamo bisogno di modi passivi di apprendere” dice Péter Simor dell’Institute for Advanced Studies of Aix-Marseille University [7].
D’altro canto è un dato di fatto che “l’apprendimento non solo è in grado di modificare l’attività del cervello (le funzioni – NdR), ma anche di riplasmare le connessioni neurali (le strutture – NdR) alla base di quella particolare attività; e va oltre cambiamenti localizzati, modificando la comunicazione fra differenti regioni cerebrali, rendendole più veloci, consolidate, precise”: lo sostiene uno studio appena pubblicato su Nature dai colleghi della University of California San Diego di La Jolla, USA [8].
E in Italia che succede? “In un’epoca dominata da digitale e intelligenza artificiale, la scuola italiana si interroga sul valore educativo della manualità: emerge la necessità di riscoprire il fare come dimensione fondante dell’apprendimento, le mani tornano protagoniste di una formazione concreta, umana e trasformativa, capace di unire mente, corpo e emozione” si legge sul blog degli insegnanti Scuola Link [9].
Mente, corpo ed emozioni sembrano essere anche qui da noi la nuova frontiera della formazione. Dal canto suo l’Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa (INDIRE) non per niente ha recentemente avviato un progetto di ricerca su “Neuroscienze e tecnologie per la personalizzazione dei percorsi di insegnamento e lo sviluppo delle potenzialità degli studenti” [10].
E l’Associazione nazionale dirigenti pubblici e alte professionalità della scuola (ANP) ha tenuto un convegno a marzo su come le neuroscienze possano supportare la scuola al fine di “rendere l’insegnamento più efficace attraverso la comprensione dei processi neurali, della fisiologia cerebrale nell’interpretare i cambiamenti generazionali, esplorando le sinergie possibili tra neuroscienze, pedagogia e scuola” [11].
Vedremo i risultati. E li valuteremo…
Marco Mozzoni
Direttore Responsabile
BRAINFACTOR
Note:
- Erika Galea & Olga Sayer, “Generation Alpha in the Classroom: New approaches to Learning”, Oxford University Press, 2025
- Kathleen Taylor, “Affective Neuroscience and Adult Education”, New Directions for Adult and Continuing Education, 2024; 2024:74–81; https://www.stmarys-ca.edu/faculty-directory/taylor-kathleen
- Marco Mozzoni, “Ipnosi in pillole”, Armado Editore, 2018 https://www.armandoeditore.it/catalogo/ipnosi-in-pillole/
- Kathleen Taylor, cit.
- Péter Simor et al., “Mind Wandering during Implicit Learning Is Associated with Increased Periodic EEG Activity and Improved Extraction of Hidden Probabilistic Patterns”, Journal of Neuroscience 7 May 2025, 45 (19) e1421242025
- Eric R. Kandel et al., “Principles of Neural Science”, McGraw-Hill Education, 2021
- Péter Simor et al., cit.
- Ramot, A., Taschbach, F.H., Yang, Y.C. et al. “Motor learning refines thalamic influence on motor cortex”, Nature, 2025
- Agatino La Torre, “Manualità nell’educazione: tra neuroscienze, pedagogia e innovazione”, 13/6/2025, https://www.scuolalink.it/manualita-nelleducazione-tra-neuroscienze-pedagogia-e-innovazione/
- https://www.indire.it/progetto/neuroscienze-e-tecnologie-per-la-personalizzazione-dei-percorsi-di-insegnamento-e-lo-sviluppo-delle-potenzialita-degli-studenti/
- https://www.orizzontescuola.it/le-neuroscienze-possono-supportare-la-scuola-per-una-didattica-piu-efficace-convegno-anp-il-21-e-22-marzo/
Image by vat loai from Pixabay
Articolo originale pubblicato sulla testata partner “Reputation Today”, n. 45, giugno 2025; direttore scientifico Isabella Corradini, direttore responsabile Giuseppe de Paoli.
BFJ BrainFactor Journal Num. 17 Vol. 2

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