Non porto rancore. O sì?

Non porto rancore. O sì?Oggi, purtroppo, uno dei sentimenti più diffusi è il “rancore”, che si manifesta nelle persone come risentimento profondo, fatto di avversione e voglia di riscatto. In effetti già il termine, che deriva dalla parola latina “rancere” che significa sostanzialmente “rancido”, ben esprime l’idea di ciò che succede quando lasciamo che questo sentimento prevalga su tutti gli altri.

Perché nasce il rancore? Quali sono le motivazioni che ci spingono a produrlo e ad esternarlo?

Bisogna fare una grande differenza tra ragazzi e adulti. Per i ragazzi il rancore è correlato a situazioni legate a fattori di amicizia, di sentimenti, di rapporti con la famiglia o con la scuola; i motivi scatenanti sono di solito il senso di ingratitudine, i tradimenti o le menzogne. Per gli adulti, invece, il rancore nasce e si sviluppa soprattutto in relazione al lavoro o a fattori economici, alla famiglia, agli interessi personali e, solo in minima parte, all’amicizia e all’amore anche se le conseguenze sono più amplificate in caso di separazioni o divorzi perchè affetto e motivi di interesse diventano coincidenti.

Comunque, sia per i giovani che per gli adulti, il rancore emerge in modo dirompente soprattutto quando si sviluppa tra persone con vincoli di parentela e affettivi. Particolarmente interessante è come il rancore venga rielaborato e accresciuto attraverso la “rimuginazione”. La persona, per esempio, tradita da un sentimento o da una menzogna, comincia a ripensare in modo ossessivo all’accaduto. In questo preciso momento non è in grado di separare i fatti dalle opinioni personali, anzi più rielabora e più esagera la situazione reale infarcendola di pensieri negativi, situazioni immaginarie, interpretazione di fatti e parole senza una verifica delle stesse.

Il fattore temporale che, in molti casi è utile per dimenticare, qui diventa il nemico numero uno in quanto si vanno a rivangare episodi antichi spesso dimenticati o di vago ricordo. Quello che emerge sempre in chi è colpito da rancore è la voglia di non disfarsene, il continuare a parlare dell’offensore anche a distanza di tempo: questo aggrava lo stato di malessere perché, anziché cancellare un evento ormai successo, lo rende un presente costante e pesante. Spesso la persona rievoca i suoi rancori alla ricerca di consensi e, non si accorge invece, di costruire così il suo isolamento allontanandosi da amici e parenti o di andare alla ricerca di una complicità-coesione che non fa altro che fomentare il malessere già esistente.

È qui che il counseling può intervenire con diverse modalità. La prima consiste nell’aiutare la persona a evidenziare i fatti cercando di mantenere un dovuto distacco. Una delle tecniche più usate è quella di rivedere la scena dall’esterno con l’intento di identificare i personaggi e le situazioni in modo asettico ripercorrendo gli eventuali processi comunicativi. Lo scopo è evitare che la persona  continui a perseverare in un ricordo doloroso dal quale è utile solo apprendere alcuni aspetti ed eliminarne totalmente altri.

Un’altra modalità è quella di combattere la ruminazione negativa sostituendola con una positiva: lo scopo è allontanare i pensieri negativi cercando di produrre dei sentimenti più realistici e privi di ricordi ed emozioni pericolose. Il dialogo sereno, il colloquio propositivo possono, attraverso il counseling, far ritrovare equilibrio e serenità, anche attraverso la compilazione di una sorta di tabella nella quale elencare gli aspetti positivi e quanto la situazione ha insegnato. È importante che la persona impari in fretta a non farsi delle colpe che non possiede: in ogni situazione sociale non c’è mai un torto o una ragione, ma un complesso di situazioni e di attori.

La consapevolezza di essere uno di questi porta sempre la persona a capire che, a volte, non possiamo controllare tutti i fatti della vita anche se siamo noi a produrli nel bene o nel male. L’importante è, come sempre, vivere nel presente, affrontando la realtà e i suoi risvolti con la consapevolezza di ciò che si è imparato lasciando il passato al suo posto, proprio perché è passato e non può più tornare.

Bibliografia principale:

  • D’Urso V. “Arrabbiarsi”, Bologna, Il Mulino 2001
  • D’Urso V. “Psicologia Generale”, Torino, Einaudi, 2004
  • Kancyper L. “Il risentimento e il rimorso”, Milano, Franco Angeli 2003

Paolo G. Bianchi

 

2 Comments on "Non porto rancore. O sì?"

  1. Bell’articolo.

    E devo dire che una persona che conosco rientra nella descrizione al 110%, a volte si perde in “rievocare” antichi torti di persone che ormai non ci son più, con un senso di rivalsa dovuto alla sopravvivenza…
    E quando fa così purtroppo c’è poco da dirle…

    Questa persona, rimugina rimugina, ripensa alle parole che le sono state dette cercando sempre qualcosa per nutrire il suo rancore…

    Non puoi dirle una parola scherzosa che si adombra subito, e se magari li per li ha accettato lo scherzo, dopo anche qualche mese, ritira fuori quel medesimo scherzo…

    Ed è perfettamente inutile dirle “guarda che scherzava”
    “non si dicono queste parole… nemmeno per scherzo”…

    Non è una cattiva persona…
    ma a volte è veramente arduo starle vicino…

    Se il rancore fosse una droga, probabilmente lei ne sarebbe dipendente…

  2. Trovo questo articolo illuminante! Sicuramente utile per aiutare a ridimensionare le situazioni ed i contesti nei quali i fatti avvengono… E’ un atteggiamento che richiede allenamento, ma che fà bene all’anima… Più facile da dire che da fare, ma diircelo spesso può aiutare chiunque a farne una convinzione e crederci, quindi ad attuarla come pratica quotidiana (se non altro per coerenza). Grazie! Claudia

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