Padre, figlio mio… Quando il cervello si confonde

Padre, figlio mio... Quando il cervello si confonde.

La persona alla quale siamo legati da un vincolo di parentela verrebbe riconosciuta da una particolare area del cervello, il giro temporale inferiore destro, che custodisce la memoria di quella informazione privata e unica. La ricerca, condotta da Nobuhito Abe e colleghi dell’Università di Tohoku (Giappone), pubblicata su Neuroscience Letters, aggiunge un nuovo indizio su come il nostro cervello distingua le persone che conosciamo dal resto della folla.

 
Quando siamo di fronte a una persona, la mente richiama sia caratteristiche oggettive (nome, professione, indirizzo, fisionomia), che memorie legate alla sfera emotiva, quindi soggettive (ricordo di un episodio condiviso, sentimento di familiarità e di parentela).
 
Sarà capitato a tutti di non riconoscere una persona o di confonderla con qualcun altro, specie se si è vista una volta sola e di sfuggita. Quando, però, questa confusione è costante e interessa la sfera delle conoscenze strette, allora si è affetti da una patologia vera e propria chiamata prosopagnosia (dal greco prosopon-agnosia, cioè faccia-non conoscenza), che impedisce il corretto riconoscimento dei volti di persone familiari.
 
Abe ha spiegato i meccanismi alla base del riconoscimento di parentela partendo dall’osservazione del cervello di una persona prosopagnosica, dove è presente un deficit dell’attività della parte fronto-temporale destra. Successivamente, ha sottoposto volontari sani ad esercizi di riconoscimento di fotografie recenti che ritraessero i loro parenti (mamma, papà, nonno, nonna, zio, zia, fratelli o sorelle più giovani o più vecchi, nipoti). A ciascun partecipante, in tre esercizi separati,  è stato richiesto di attribuire ad ogni fotografia il nome, la professione e il grado di parentela con il soggetto raffigurato.
 
L’attività del cervello durante gli esercizi veniva monitorata attraverso la tomografia ad emissione di positroni (PET), che permette il movimento dell’articolazione facciale durante la risposta senza incappare in errori di lettura dell’immagine.
 
Quando ai partecipanti veniva richiesto di identificare il grado di parentela dei soggetti in foto, si attivava il giro temporale destro inferiore, confermando che le informazioni soggettive vengono processate un un’area del cervello associata al ricordo delle memorie autobiografiche.
 
La conoscenza dei meccanismi neurologici alla base della “memoria di parentela” aggiungerebbe nuove possibilità terapeutiche non solo per i pazienti colpiti da prosopoagnosia (non riconoscimento di volti conosciuti), ma anche per soggetti che soffrono di disordini dello sviluppo, come l’autismo e la Sindrome di Williams, dove il riconoscimento dell’identità dell’altro è gravemente compromessa.
 
Reference:
 
 
Alessandra Gilardini 
 

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