Ricerca biomedica, la “grande insidia”: quando i metodi sono più importanti dei risultati

Com’ero solito ricordare durante le lezioni accademiche ai miei amati Studenti, mentre la somma di 2 + 2 equivale invariabilmente a 4 in ambito matematico, ciò potrebbe fornire un esito pari sì a 4, ma anche a 3, 5, 6 (e chi più ne ha più ne metta) in campo biomedico.

Premesso che tutto ciò riflette la variabilità biologica appannaggio di qualsivoglia organismo vivente, quel che qui più conta è come abbia preso corpo quel risultato – sia esso pari a 4, oppure a 3, 5, 6, etc -, vale a dire quale sia stata la metodologia di lavoro asservita al perseguimento degli obiettivi caratterizzanti questa o quella ricerca in ambito biomedico.

Immaginiamo di trovarci davanti a un bivio che si affaccia su due strade, la prima quella del metodo scientifico che s’ispira a fonti bibliografiche accreditate, unanimemente riconosciute dalla comunità internazionale, la seconda invece largamente permeata dall’autoreferenzialità.

L’una trova riscontro in monumentali archivi bibliografici quali in primis PubMed, gestito dai prestigiosi “National Institutes of Health (NIH)” di Bethesda, l’altra invece nel web, andando così in pasto a chiunque, dotato o meno che sia di una “cultura scientifica di fondo”, fattispecie quest’ultima che costituisce una sorta di cenerentola nell’istruzione scolastica del nostro Paese.

La grande insidia è che tutto ciò finisca per “convalidare” risultati di dubbio se non di nullo valore scientifico, contribuendo a minare ulteriormente la fiducia dell’opinione pubblica nella comunità scientifica e alimentando, al contempo, deliranti teorie “complottistiche”, come accaduto giustappunto in occasione della drammatica pandemia da CoViD-19.

Historia Magistra Vitae!

Giovanni Di Guardo
DVM, Dipl. ECVP
Già Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria
presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo
E-mail: 
gdiguardo@unite.it

Foto di Jeswin Thomas su Unsplash

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