Sappiamo gestire le frustrazioni?

La realizzazione e l’affermazione della propria identità avviene attraverso dei processi di tentativo e di errore; l’ansia attiva ci orienta a formulare progetti, a raggiungere obiettivi e a consolidare i risultati; oggi più che mai l’affermazione di una persona passa attraverso il raggiungimento di obiettivi…

Questa logica è diventata una traccia determinante in ogni percorso professionale, al punto da essere istituzionalizzata con cadenza semestrale o annuale. Aderire ad un progetto comporta operare attraverso la selezione di scelte che progressivamente avvicinano a quello che abbiamo prefissato di raggiungere. In difetto l’obiettivo viene mancato, innescando una serie di effetti sulla nostra realizzazione personale, ritardandola, compromettendola, minandone talvolta anche le fondamenta.  Mancare un obiettivo può deviare il nostro comportamento verso una condizione di sofferenza, di disagio e di frustrazione al punto da scoraggiare altre iniziative, innescando così una condizione di distacco dal nostro Sé ideale al punto di permettere l’emergere in un quadro depressivo, che progressivamente si consolida nel tempo e interferisce sulla nostra personalità autentica che viene traslocata in una area di attesa, di illusione e di insoddisfazione.

Ne deriva  che il contesto depressivo richiede un soggetto designato dove scaricare il disagio, dove spostare la rabbia, dove riversare il dolore interno che necessita di uno sfogo emotivo. La conversione sul corpo è la più facile delle soluzioni; si aggredisce se stessi  e molte patologie autoimmuni  ne sono la dimostrazione obiettiva. E’ il caso ricordare in proposito il pensiero di Freud quando dice che “il suicidio è un omicidio mancato”.  L’aspirazione di ciascuno nel vivere quotidiano è quella di essere leader, di essere da modello, di esempio o di riferimento. Condizione indispensabile a questo ruolo è quella di farsi notare, di emergere, di ricevere le attenzioni, auto perpetuando in una versione attuale quella logica di conquistatore che già da bambini si mette in atto per catturale l’attenzione della madre, per ricevere la sua approvazione. Situazione quest’ultima  fondamentale per alimentare e consolidare la nostra autostima. L’autostima può essere considerata come il principale carburante psicologica per la nostra vita di relazione. Se si è il centro dell’attenzione o si ruota attorno a questa posizione ci si sente accettati, e ci si crede invulnerabili. Il leader proprio perché tale è al di sopra della media, è apparentemente invulnerabile, è vincente.

Prestigio, importanza, capacità di essere leader sono parametri che soggettivamente costatiamo ogni giorno, poiché ci scorrono inesorabili davanti ai nostri occhi. E’ sufficiente allargare la prospettiva di campo per accorgerci che questa dimensione dell’Io è rigorosamente relativa. Purtroppo e per fortuna l’universo ignora la nostra esistenza. Capita talvolta che le dinamiche di confronto con gli altri ci espongono a scoprire di essere destinatari di segnali di disconferma delle nostre aspettative; il leader può talvolta essere il destinatario di consensi mancati, risposte sgradite, tappe del proprio progetto individuale che vengono disattese per propria responsabilità o per il concorso di altri, diversamente motivati. Tutti prima o poi siamo stati destinatari di delusioni, di frustrazioni, di critiche e di possibili insuccessi.  La crescita infatti avviene solo per tentativi ed errori.  Per provare delusione non servono dichiarazioni avverse o apertamente ostili, la critica può derivare sia dai contenuti sia dalle modalità del nostro comportamento; può essere messo in discussione il nostro stile di comunicare, la forma indipendentemente dal contenuto o il contenuto stesso. Decisioni, scelte, opinioni possono diventare piattaforme di delusione alle nostre aspettative; talvolta questi elementi possono operare individualmente o in combinazione fra loro. Il risultato individuale è quello della sofferenza.

La critica, in quanto realtà oppositiva diventa la localizzazione della nostra sofferenza temporanea ma talvolta anche irreversibile. Il dissenso nelle sue diverse forme di espressione; dalla critica alla presa delle distanze, dal formulare riserve all'interrompere una relazione interpersonale, costituisce una ferita narcisistica qualche volta imperdonabile, che mette in ombra la nostra identità sociale. la modalità esposta scatta anche quando la critica è posta in forma costruttiva, finalizzata ad ottenere un risultato globale migliore nell'immediato o nel futuro prossimo. Ci si trova di fronte a dinamiche che si attivano in forma automatica, potremmo dire fisiologica, e sono di carattere universale; nessuno è indenne dalla reazione alla critica. Se lo fosse, ci si troverebbe di fronte a un profilo di personalità inconsistente, mutevole e indifferente, privo di difese della propria identità.

Una critica episodica e circoscritta in un certo intervallo di tempo, per esempio un anno, produce un certo effetto; il ripetersi dell'evento più volte nello stesso intervallo di tempo produce effetti molto più consistenti e talvolta devastanti, arrivando a minare la propria autostima o ad innescare conversioni psicopatologiche di intensa gravità e complessità. Le ferite al Sé narcisista lasciano cicatrici profonde. Alcune critiche possono nascere dalla scarsa conoscenza del problema, dall'insicurezza individuale dell'altro che vedo il "nuovo" come una minaccia o, peggio ancora possono avere origine da una latente o manifesta gelosia nei nostri confronti, temporanea, reversibile o irreversibile.

L'atteggiamento psicologico più corretto sarebbe quello di accettare la critica o l'evento contrario e passare oltre all'evento stesso per rimettere in gioco le proprie capacità e potenzialità; è importante che questo possa avvenire nel tempo più breve possibile. Questo permette all'Io di posizionarsi su nuovi progetti, su nuovi programmi, su nuovi obiettivi la cui valenza emotiva potrà facilmente far superare la precedente situazione di disagio. Diversamente soffermarsi sull'evento causa di sofferenza, interrompe la progettualità, frena la capacità di riproporsi socialmente, impedisce un naturale sviluppo della situazione indirizzato a minimizzare il danno e a potenziare le risorse.

La condizione peggiore, da evitare, è quella di maturare pensieri di ritorsione, di vendetta per la sofferenza provata. Sarebbe una scelta sbagliata perché circoscrive il problema all'interno della coppia conflittuale, dove l'altro viene vissuto come nemico a cui dover far pagare un conto. Tutte le considerazioni costruite a questo scopo costituiscono una perdita di tempo, di risorse e possono essere un vero ostacolo alla realizzazione del proprio Sé in quanto lo stesso, si vede sottrarre energie, emozioni e si trova a dover percorrere processi psicologici che non hanno come risultato il raggiungimento del progetto personale. Significa uscire dalla propria strada, prendere altre strade alternative con il rischio di non ritrovare poi quella giusta e di perdersi definitivamente.

Nell'antica legislazione greca, subire un torto genera il diritto di fare un torto equivalente; questa grossolana forma di diritto sopravvive dentro ciascuno di noi e si chiama rivalsa; di fatto ci sentiamo in diritto di essere rimborsati per un torto subito a ragione o meno. Questo diritto storico è tramontato con la nascita dei tribunali ma sopravvive nelle nostre più segrete aspettative e trova forma espressiva attraverso prese di posizione polemiche, contestatorie, atteggiamenti eccessivamente animati che cristallizzano la situazione e ci impediscono di investire le nostre energie verso nuovi risultati o verso diverse forme di realizzazione della propria identità. La rabbia con il suo caleidoscopico scenario di sfumature e intensità impedisce la soluzione del problema, ferma la situazione impedendo ogni possibile evoluzione, compreso il recupero o la ridefinizione più adeguata del problema. Ci sfugge dall'attenzione il fatto che siamo noi stessi ad essere bloccati ma continuiamo a gravitare come la Luna alla Terra in una orbita perpetua senza sbloccarla in meglio o in peggio. Prigionieri della situazione restiamo noi stessi, la nostra sensibilità, il torto subito, mentre l'altro resta estraneo alla situazione o comunque, non ne viene direttamente coinvolto.

L'atteggiamento psicologico più corretto deve ridimensionare il torto e favorire il passaggio a piani e progetti nuovi; non si vuole in questo modo  valorizzare le teorie del  pensiero positivo ne l'approccio della tolleranza o del perdono che trovano ispirazione più in logiche filosofiche o mistiche che in modelli psicologici. Il problema che causa sofferenza deve essere abbandonato e l'attenzione e le altre attività cognitive devo essere proiettate verso il futuro impegnandoci a raggiungere i nuovi obiettivi che abbiamo programmato e questo ci facilita nel dimenticare la condizione originaria del disagio. Più programmi vengono pianificati più facile è uscire dallo stato di sofferenza. Meglio guardare ai trionfi o ai successi che ci aspettano piuttosto che alle sconfitte subite nel passato.

Complementare alla situazione di critica è la possibilità di indurre in noi  stessi una revisione del problema nella sua integrità; di fatto la critica potrebbe essere come una forma indiretta di insegnamento che ci consente di attivare quelle soglie di ansia attiva che possono favorire l'estensione delle nostre conoscenze: in questo caso la critica innesca la necessitò di revisione e quest'ultima approda ad una soluzione migliore rispetto alla precedente. E se l'altro avesse ragione e noi torto? Se ha ragione possiamo fare tesoro e trasformare la critica in un vero e proprio insegnamento indiretto oppure potrebbe testimoniare la presenza di una area debole nelle nostre scelte e nelle manifestazioni di volontà che dalle scelte derivano. 

Riconoscere i propri punti deboli ci consente di attivarci per rinforzarli, per consolidare alleanze e sostenere al meglio le proprie posizioni. Freud diceva che "scherzando si può dire la verità", nelle critiche in qualche occasione ci sono elementi di  verità e, questo è valido che lo si voglia oppure che questa consapevolezza venga  volutamente ostacolata. Questo significa per esempio che una critica attuale potrebbe rivelarsi un importante processo di crescita e di cambiamento dell' Io, nel caso il suo contenuto sia riconducibile al principio di realtà. In questo caso la critica o il dissenso dimostrano una situazione in divenire dove nulla è dato per scontato. 

Nasce l'interrogativo su quale sia in pratica la modalità ideale per affrontare una situazione di frustrazione provocata da una critica, e la risposta può sintetizzarsi in alcuni accorgimenti che "disintossicano" la situazione: prestare ascolto in forma attenta a quanto ci viene esposto, riflettere sui contenuti prima di fornire una interpretazione della scelta fatta e, nel contempo ringraziare l'altro per il contributo offerto, indipendentemente che sia giusto o sbagliato. Questo atteggiamento riposiziona in condizione di parità il rapporto tra noi e l'altro; destruttura la difficoltà ricollocandola alla stregua di un possibile miglioramento della scelta stessa. 

Non dobbiamo sentirci obbligati a fornire la spiegazione della nostra logica, che potrebbe al momento risultare complessa e motivata dalla necessità di difesa della propria posizione, meglio prendere tempo perché il problema possa perdere di animosità ed essere visto alla luce di una più emotivamente corretta valutazione. L'importante è non sentirci spiazzati o spaventati perché questi comportamenti potrebbero incentivare e appesantire il comportamento dell'altro. Molto meglio apprezzare il contributo critico e decidere successivamente se tenerne o meno conto. 

Utile potrebbe essere giocare d'anticipo dando per scontato che un certo numero di osservazioni negative posso essere formulate e pensare in anticipo a come sostenere la propria visione anche in regime di conflittualità dichiarata. E' bene essere preparati in anticipo; questo ci permette di trovarci in situazioni di panico, di conflittualità e di mettere in atto delle difese sproporzionate alle circostanze, come reagire alzando la voce o ad esercitare ruoli di autorità tali da riprendere con una strategia di ruolo le proprie convinzioni. Se una ferita narcisistica ci genera sofferenza significa che noi stessi ne avvertiamo la presenza e la consistenza e, l'intervento dell'altro che la mette alla luce, ci obbliga a prenderne coscienza e a trovare rimedi e soluzioni.

Angelo Giuseppe de’ Micheli

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