È un gesto che nel calcio diamo per scontato da sempre. Lo vediamo decine di volte in ogni partita, lo insegniamo fin da bambini, lo consideriamo parte integrante – e sostanzialmente sicura – della pratica calcistica. Eppure, proprio ciò che appare più semplice nasconde una complessità inattesa: cosa accade davvero al sistema nervoso a ogni impatto tra testa e pallone, soprattutto nel corso di un’esposizione ripetuta nel tempo?
Abstract
Heading is one of the most characteristic technical skills in soccer and has traditionally been considered safe. However, increasing scientific evidence suggests that repeated head–ball impacts may lead to cumulative effects on the central nervous system. This paper analyzes heading from a biomechanical and neurobiological perspective, highlighting the role of linear and rotational accelerations, technique, and body mass in modulating risk. Particular attention is given to youth athletes, in whom anatomical and developmental factors may increase vulnerability. Although definitive causal links with neurodegenerative diseases remain uncertain, a precautionary approach based on exposure management is warranted.
Keywords: heading; soccer; head injury; youth athletes; biomechanics; prevention
Il gesto più naturale del calcio
Nel calcio, pochi gesti risultano così immediati quanto il colpo di testa. Il movimento appare quasi istintivo: il pallone arriva, il corpo si coordina, la testa intercetta la traiettoria. Dalla periferia del campo fino all’area di rigore, il gesto accompagna ogni fase del gioco, contribuendo tanto alla costruzione dell’azione quanto alla sua conclusione.
L’apparente naturalezza ha consolidato, nel tempo, l’idea di una pratica sostanzialmente innocua. A differenza di altri sport di contatto, il calcio non viene tradizionalmente associato a traumi cranici gravi. Negli ultimi decenni, tuttavia, il modo di osservare il fenomeno è cambiato. Il cambiamento riguarda soprattutto l’interpretazione scientifica del gesto.
Le ricerche più recenti hanno progressivamente spostato l’attenzione dal trauma acuto al concetto di esposizione cumulativa. Il problema non riguarda il singolo episodio, ma la reiterazione nel tempo. Studi neurocognitivi e neuropatologici hanno evidenziato come impatti anche di lieve entità, ripetuti migliaia di volte nel corso di una carriera, producano effetti misurabili sul sistema nervoso centrale (Matser et al., 1998; Johnson et al., 2012; Ling et al., 2017; Perniola et al., 2026).
Il quadro trova conferma in dati epidemiologici più recenti, che indicano come una quota significativa di calciatori abbia sperimentato, nel corso della carriera, traumi cranici, spesso senza piena consapevolezza (Harmon et al., 2013; Ingram et al., 2025; Perniola et al., 2026). Parimenti rilevante risulta la presenza di alterazioni transitorie delle funzioni cognitive e dell’equilibrio anche dopo singoli episodi di heading, in assenza di sintomi evidenti (Di Virgilio et al., 2016; Haran et al., 2013; Hwang et al., 2017; Lipton et al., 2013). Una comprensione più approfondita richiede quindi un’analisi dettagliata del gesto, della sua dinamica d’impatto e dei parametri biomeccanici che ne definiscono il rischio (Naunheim et al., 2000; Fjodorova, 2023; Perniola et al., 2026).
Dentro l’impatto: cosa accade realmente
Il colpo di testa non è un semplice contatto tra due corpi, ma un evento dinamico complesso che coinvolge il sistema cranio-encefalico. All’impatto con il pallone, il cervello – sospeso nel liquido cerebrospinale – subisce una combinazione di accelerazioni lineari e rotazionali. Le prime determinano uno spostamento diretto, mentre le seconde generano forze di taglio che attraversano il tessuto cerebrale. La componente rotazionale risulta particolarmente critica, in relazione a fenomeni come la lesione assonale diffusa (Kleiven, 2007; Smith et al., 2013; Giza & Hovda, 2014; Perniola et al., 2026).
I modelli computazionali più avanzati, tra cui quelli basati sul metodo agli elementi finiti (FEM), consentono una descrizione più accurata delle dinamiche dell’impatto (Horgan & Gilchrist, 2003; Takhounts et al., 2013; Giordano et al., 2017; Fjodorova, 2023). Le simulazioni evidenziano come, anche in condizioni di gioco realistiche, il cervello subisca deformazioni non trascurabili, con valori che, pur inferiori alle soglie di trauma acuto, assumono rilevanza in una prospettiva cumulativa (Giordano et al., 2017; Perniola et al., 2026).
Un aspetto spesso frainteso riguarda la distanza del tiro. La variabile determinante non risiede nella distanza in sé, ma nella velocità del pallone al momento del contatto (Naunheim et al., 2000; Withnall et al., 2005; Lipton et al., 2013; Harriss et al., 2019; Lee et al., 2019; Fjodorova, 2023). Traiettorie lunghe, tipiche di cross o calci d’angolo, aumentano la quantità di moto trasferita e, di conseguenza, l’intensità delle sollecitazioni craniche. Il rischio biomeccanico risulta, quindi, maggiormente legato alla dinamica dell’impatto piuttosto che alla frequenza del singolo evento, in accordo con i principali modelli biomeccanici di valutazione del rischio (Takhounts et al., 2013; Giordano et al., 2017; Perniola et al., 2026).
Il corpo che protegge – o espone
Un ulteriore elemento di rilievo riguarda il ruolo del corpo del calciatore. Il colpo di testa non coinvolge esclusivamente la testa, ma l’intero sistema muscolo-scheletrico (Shewchenko et al., 2005; Perniola et al., 2026). Un’esecuzione corretta attiva una catena cinetica che include collo, tronco e arti inferiori (Putnam, 1993; Haywood & Getchell, 2014), favorendo una distribuzione più ampia delle forze.
Il principio viene descritto attraverso la nozione di “massa efficace”, intesa come la quota di massa corporea in grado di opporsi all’accelerazione della testa (Sortland & Tysvaer, 1989; Perniola et al., 2026). In condizioni ottimali, tale massa include una porzione significativa del corpo, con riduzione dello stress sul cranio. In presenza di un gesto improvvisato o tecnicamente carente, la testa tende invece a comportarsi come un segmento isolato (Tierney et al., 2005; Schmidt et al., 2014), con conseguente incremento delle sollecitazioni.
Una quota rilevante degli impatti più critici si verifica in situazioni non preparate, caratterizzate da tempi di reazione ridotti e da un’attivazione muscolare non adeguata (Barnes et al., 1998; Boden et al., 1998; Perniola et al., 2026).
Il cervello che cresce: perché i giovani sono diversi
Il problema riguarda tutti i calciatori, ma assume un significato ancora più delicato nelle fasce giovanili, nelle quali studi epidemiologici recenti documentano una non trascurabile incidenza di traumi cranici sport-correlati (Ingram et al., 2025). Il corpo dei giovani atleti non rappresenta una semplice versione “ridotta” di quello adulto: presenta caratteristiche strutturali e funzionali profondamente diverse (Blakemore, 2012; Casey et al., 2008; Lenroot & Giedd, 2006).
Dal punto di vista biomeccanico, la minore massa corporea e la ridotta forza della muscolatura cervicale limitano la capacità di stabilizzare il capo, con conseguenti accelerazioni craniche relativamente più elevate a parità di impatto (Harriss et al., 2019; Tierney et al., 2005; Schmidt et al., 2014). La dimensione biomeccanica, tuttavia, rappresenta solo una parte del problema: quella più rilevante è di natura neurobiologica.
Durante l’infanzia e l’adolescenza, il cervello attraversa fasi cruciali di sviluppo. Processi come la mielinizzazione e la riorganizzazione delle connessioni neuronali rendono il sistema nervoso particolarmente plastico, ma al tempo stesso più vulnerabile agli insulti esterni (Giza & Hovda, 2014; Casey et al., 2008; Lenroot & Giedd, 2006; Perniola et al., 2026).
Alcuni studi evidenziano un’associazione tra esposizione frequente al colpo di testa e modificazioni strutturali cerebrali, in particolare a carico della sostanza bianca e delle regioni frontali (Lipton et al., 2013; Koerte et al., 2012; Kuzminski et al., 2018; Perniola et al., 2026), con ricadute sulle capacità cognitive (Matser et al., 1999; Witol & Webbe, 1994). Si tratta di variazioni spesso sottili, che assumono significato all’interno di un’esposizione prolungata nel tempo.
Quando la ripetizione conta più dell’intensità
Il concetto chiave, che emerge dalla letteratura, riguarda il rischio cumulativo. Anche in assenza di traumi evidenti, la ripetizione delle sollecitazioni determina, nel tempo, una serie di microalterazioni progressive a carico del sistema nervoso (Johnson et al., 2012; Rodrigues et al., 2016; Perniola et al., 2026).
Tali cambiamenti includono fenomeni di neuroinfiammazione persistente, alterazioni della connettività sinaptica e accumulo di proteine patologiche, come la tau iperfosforilata, tipica dell’encefalopatia traumatica cronica (CTE) (McKee et al., 2013; Smith et al., 2013; Blennow et al., 2016; Perniola et al., 2026).
La CTE rappresenta uno degli aspetti più discussi e controversi del dibattito attuale. Originariamente descritta nei pugili, tale patologia è stata successivamente osservata in atleti di discipline caratterizzate da impatti cranici ripetuti. Nel calcio, alcuni studi epidemiologici evidenziano un aumento del rischio di malattie neurodegenerative tra ex giocatori, in particolare tra soggetti con maggiore esposizione al gioco aereo (Ling et al., 2017; Mackay et al., 2019; Perniola et al., 2026).
Il nesso causale diretto non risulta ancora definitivamente dimostrato (Lee et al., 2019). Tuttavia, la coerenza tra dati biomeccanici, evidenze cliniche ed elementi epidemiologici rende sempre più difficile considerare tali fenomeni come indipendenti.
Prevenzione: cambiare senza snaturare
Di fronte a tale scenario, la questione non riguarda l’eliminazione del colpo di testa, ma la sua gestione (McCrory et al., 2017; Patricios et al., 2023). La prevenzione si configura sempre più come un equilibrio dinamico tra tutela della salute e rispetto della natura del gioco. Le strategie più efficaci privilegiano interventi precoci, soprattutto nei settori giovanili. In tale ambito, emerge la proposta di limitare o posticipare l’introduzione del colpo di testa, con particolare attenzione alle situazioni di gioco a maggiore intensità, come quelle all’interno dell’area di rigore (Yang et al., 2016).
Accanto alle possibili modifiche regolamentari, un ruolo centrale spetta all’educazione tecnica. L’insegnamento corretto del gesto, lo sviluppo del controllo motorio e il rafforzamento della muscolatura cervicale (Haywood & Getchell, 2014; Tierney et al., 2005; Schmidt et al., 2014; Perniola et al., 2026) riducono in modo significativo le sollecitazioni craniche. Anche la tecnologia introduce nuove prospettive, attraverso l’impiego di sensori e dispositivi in grado di monitorare gli impatti e migliorare la comprensione del carico reale a cui gli atleti risultano esposti.
Il monitoraggio clinico e la formazione degli operatori rappresentano, infine, elementi altrettanto fondamentali per l’identificazione precoce di segnali di rischio e per l’attuazione di interventi adeguati (Echemendia et al., 2017; Patricios et al., 2023).
Una questione culturale prima che tecnica
La sfida non consiste nell’eliminazione del gesto, ma nella sua reinterpretazione sulla base delle conoscenze attuali (Lee et al., 2019; Perniola et al., 2026). Un simile passaggio richiede un cambiamento culturale che coinvolge allenatori, atleti, medici e istituzioni.
Accettare la complessità di gesti considerati “naturali” rappresenta un passaggio fondamentale. Ancora più rilevante risulta il riconoscimento della tutela della salute, in particolare nelle fasi più delicate dello sviluppo, come priorità (Giza & Hovda, 2014; Blakemore, 2012; Casey et al., 2008).
Nel calcio del futuro, il colpo di testa continuerà a esistere. Assumerà però caratteristiche diverse: maggiore consapevolezza, migliore controllo, più elevati standard di sicurezza.
E forse, proprio per questo, ancora più evoluto.
Michele Perniola
Ministero dell’Istruzione e del Merito
Jekaterina Fjodorova
Ingegnere biomedico, MSc Medical Engineering, Cardiff University
Rodolfo Lisi
Istituto Magistrale Marco Terenzio Varrone, Cassino (FR)
Corrispondenza:
Rodolfo Lisi
rodolfo.lisi@libero.it
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Foto di My Profit Tutor su Unsplash
BFJ BrainFactor Journal – Num. 18 Vol. 1

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