Quarant’anni fa, nell’anno del Signore 1986, lo stesso del disastro nucleare di Chernobyl, veniva accertato il primo caso di quello che sarebbe divenuto popolare come “morbo della mucca pazza”, alias “encefalopatia spongiforme bovina” (BSE) (Wells et al., 1987).
Al precipuo fine di gestire le molteplici lacune conoscitive e, con esse, il potenziale rischio di trasmissione all’uomo relativo a questa nuova entità nosologica, l’unica malattia prionica a comprovata capacità zoonosica (Almond & Pattison, 1997), scese in campo il “principio di precauzione”, espressione “ad hoc” coniata per la prima volta in quell’occasione (Agrimi et al., 1992).
Tale principio muove le premesse dall’analisi del rischio, a sua volta articolata nelle diverse componenti che ne fanno parte, vale a dire “identificazione del pericolo / della noxa”, “quantificazione del rischio”, “gestione del rischio” e “comunicazione del rischio”. Le prime due sono appannaggio della Comunità Scientifica, mentre la gestione e la comunicazione del rischio chiamano in causa sia il mondo scientifico sia il livello politico-governativo.
In estrema sintesi, tanto più si dovrà fare ricorso al principio di precauzione quanto meno si conosca di questa o di quella problematica sanitaria e degli effetti conseguenti all’esposizione umana (e animale, al contempo) all’agente responsabile della medesima.
Trasferendo questi basilari concetti e facendone una valutazione “ad hoc” in merito al recente focolaio d’infezione / malattia da Hantavirus insorto sulla nave da crociera olandese “MV Hondius”, personalmente ritengo – nella mia veste di patologo veterinario e di ex professore universitario che ha dedicato 40 anni della propria vita allo studio delle malattie infettive – che sia stato un grave errore quello di far scendere dall’imbarcazione passeggeri provenienti da ben 23 Nazioni senza prima accertarsi delle loro effettive condizioni di salute.
Quando parlo di “condizioni di salute” mi riferisco, ovviamente, a quelle accertate mediante l’esecuzione di opportune indagini laboratoristiche, prime fra tutte quelle siero-epidemiogiche, visto e considerato che da almeno trent’anni sarebbero disponibili test “ad hoc” (immunofluorescenza, ELISA, etc.) finalizzati a dimostrare la presenza di specifici anticorpi anti-Hantavirus (Weissenbacher et al., 1996).
Poiché tutti i crocieristi si trovavano già sulla nave, che in una pressoché inedita situazione di questo tipo potrebbe essere ritenuta a ragione una sorta di “struttura quarantenaria”, come mai si è deciso di farli sbarcare “disperdendoli in mille direzioni” prima che venissero effettuate le succitate indagini sierologiche mirate ad accertare l’avvenuta esposizione al virus e, con essa, il grado di diffusione dell’infezione fra i crocieristi stessi? Una decisione a dir poco incomprensibile e bizzarra, in aperto contrasto rispetto al principio di precauzione!
Il primo caso accertato di trasmissione interumana di Hantavirus risale al 1996, in Argentina, ove un roditore endemico del Sudamerica, il topo pigmeo del riso a coda lunga (Oligoryzomys longicaudatus), sarebbe stato altresì implicato (come lo sarebbe tuttora) nella trasmissione primaria dell’infezione all’uomo, in maniera pressoché analoga a quanto si registra per tutti gli altri membri del genere Orthohantavirus, trasferiti all’uomo attraverso l’inalazione di aerosol contenenti materiale fecale, urinario e/o salivare di topi, ratti e arvicole infetti (Leuenroth, 2006).
Mi riferisco, nello specifico, al ceppo virale denominato “Andes” (ANDV), l’unico ritenuto capace di trasmettersi da uomo a uomo – seppure con ridotta efficienza, di gran lunga inferiore a quella del virus SARS-CoV-2, responsabile della pandemia da CoViD-19 – nonché causa, a sua volta, di una grave malattia respiratoria (“Hantavirus Cardio-Pulmonary Syndrome”, HCPS). I tre crocieristi deceduti sulla nave “MV Hondius” avevano contratto, al pari di tutti quelli ammalatisi, un’infezione da ANDV, che nel 2018-2019 si era già reso responsabile, ancora una volta in Argentina, di un cluster di 34 casi d’infezione, 11 dei quali ad esito fatale (Martínez et al., 2020).
Particolarmente degno di nota appare, a tal proposito, il ruolo svolto da tre “super-diffusori” del virus i quali, in occasione di una festa di compleanno, avrebbero trasmesso l’infezione a numerosi soggetti ivi presenti. Nonostante i tre “big spreaders” di cui sopra fossero tutti sintomatici, gli Autori di questo interessante lavoro riferiscono che la gravità delle manifestazioni cliniche ed il tempo che i pazienti malati avevano trascorso in ospedale non avrebbero, in termini di probabilità di trasferire l’infezione ad altri individui, la medesima rilevanza che di contro possiederebbero i titoli/le concentrazioni virali particolarmente elevate presenti negli aerosol emessi da soggetti infetti, unitamente ai contatti stretti e prolungati fra individui (Martínez et al., 2020).
Proviamo per un solo attimo ad immaginare quanto una situazione di questo tipo possa verificarsi, a maggior ragione, su una nave da crociera ove contatti stretti, prolungati e reiterati sarebbero avvenuti non già per la durata di una festa di compleanno, ma addirittura per settimane, visto e considerato che “MV Hondius” sarebbe salpata dalle coste argentine all’inizio di Aprile. Tenendo bene a mente, ancora una volta, il salutare quanto salvifico principio di precauzione, che dire poi dal punto di vista patogenetico del comprovato endoteliotropismo di ANDV, che consentirebbe all’agente patogeno di distribuirsi in numerosi distretti tissutali dell’organismo ospite, con conseguente eliminazione al di fuori di esso attraverso vari fluidi biologici quali urine e saliva (Velavan et al., 2026)?
Fuoriuscendo dal corpo umano mediante le suddette matrici biologiche nonché con gli aerosol e/o le goccioline di saliva emesse ad opera di soggetti infetti alberganti elevate cariche virali – alias super-diffusori -, complice il lungo periodo d’incubazione caratterizzante l’infezione da ANDV (financo a 6 settimane e oltre), il virus potrebbe altresì contaminare innumerevoli superfici e/o materiali a seguito del contatto reiterato coi/dell’esposizione prolungata ai quali potrebbero verificarsi ulteriori casi d’infezione secondaria, a dispetto della resistenza ambientale di ANDV, che risulterebbe non particolarmente elevata. Anche il diverso grado di suscettibilità genetica degli individui nei confronti dell’infezione virale potrebbe giocare un ruolo, con particolare riferimento ai pazienti di etnia Europea e a certe configurazioni/proprietà molecolari dell’integrina αVβ3 (Velavan et al., 2026).
A questo punto ritengo che sia oltremodo legittimo e doveroso chiedersi se e quanto si sia finora tenuto conto di tutti i fattori e di tutte le variabili di cui sopra ai fini della valutazione del rischio di trasmissione interumana connesso al focolaio d’infezione da Hantavirus. Ben poco, mi verrebbe da rispondere!
Un’ultima serie di riflessioni, facenti memoria delle eloquenti lezioni consegnateci dalla drammatica pandemia da CoViD-19, vorrei riservarla si’ alle enormi differenze esistenti fra SARS-CoV-2 e ANDV in termini di trasmissibilita’ così come pure di indici di letalita’, ma anche in termini di conoscenze scientifiche accumulate su entrambi i fronti. Se e’ vero com’è vero, infatti, che SARS-CoV-2 lo conosciamo solo dal 2019, mentre di ANDV abbiamo contezza da almeno 30 anni, risulta enorme il divario fra la sterminata messe di lavori scientifici pubblicati sul betacoronavirus responsabile della pandemia da CoViD-19 e quella, di gran lunga più esigua, disponibile sull’Hantavirus ANDV.
Ne consegue che molto, moltissimo vi è ancora da imparare su quest’ultimo, cosicché l’inedito focolaio di malattia recentemente registratosi sulla nave da crociera olandese “MV Hondius” potrà senza dubbio contribuire in maniera significativa, ove adeguatamente studiato, a colmare le molteplici lacune conoscitive attualmente esistenti, con particolare riferimento al ruolo dei soggetti asintomatici e paucisintomatici nella diffusione dell’infezione.
Appare altresì necessario, facendo ancora una volta memoria dei preziosi insegnamenti lasciatici dalla pandemia da CoViD-19, evitare di ripetere i gravi errori del (pur) recente passato, primo fra tutti la gestione pressoché totalmente “ospedalocentrica” di una malattia infettiva sostenuta da un agente zoonosico, vale a dire in grado di passare dagli animali all’uomo.
È bene sottolineare al riguardo che, al pari di quanto avvenuto per SARS-CoV-2 cosi’ come per i membri del genere Orthohantavirus, almeno il 70% delle “malattie infettive emergenti” riconoscerebbero la propria origine, comprovata o sospetta, in uno o più serbatoi animali (Casalone & Di Guardo, 2020). Ne consegue che proprio sull’affascinante studio delle “interfacce ecologiche animali selvatici/animali domestici/uomo” dovrebbero concentrarsi ingenti sforzi ed energie in termini di risorse e capitali umani investiti nelle relative attività di ricerca.
Nella presente era dell’Antropocene, ove la prevaricante, miope e sconsiderata impronta ecologica umana ha prodotto e continua vieppiu’ a produrre tutte le condizioni (crisi climatica, riscaldamento globale, deforestazione, desertificazione, perdita di biodiversità, incremento demografico, promiscuità uomo-animale, “wet markets”, etc.) atte a far si’ che le succitate interfacce ecologiche si assottiglino, diviene sempre più probabile il trasferimento di agenti infettivi dagli animali selvatici (che “atavicamente” convivono con essi in una sorta di mutuo equilibrio “ospite-parassita”) a quelli domestici e, nondimeno, ai Sapiens.
L’unico approccio per contrastare e prevenire efficacemente tutto ciò rimane pertanto quello basato sul principio/concetto della “One Health”, che ad ogni piè sospinto ci ricorda l’intima, imprescindibile connessione fra salute umana, animale ed ambientale.
Detto e ribadito (mai abbastanza!) tutto cio’, come non avere previsto la presenza di un Medico Veterinario, sia pure uno solo, nella composizione del “Comitato Tecnico-Scientifico per la Pandemia da CoViD-19”, popolarmente noto come “CTS”, che e’ stato invece inspiegabilmente disciolto dopo soli due anni dalla sua istituzione (Di Guardo, 2021)?
Dio solo sa quanto il CTS, opportunamente rivisitato nella propria composizione, ci sarebbe stato utile anche nella complessa gestione di un inedito focolaio di malattia da Hantavirus insorto su una nave da crociera! Historia magistra vitae e, nondimeno, Errare humanum est perseverare autem diabolicum!
Giovanni Di Guardo, DVM, Dipl. ECVP
Già Professore di Patologia Generale e Fisiopatologia Veterinaria
presso la Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università degli Studi di Teramo
E-mail: gdiguardo@unite.it
Bibliografia citata
- Agrimi U, Di Guardo G, Pocchiari M. Bovine spongiform encephalopathy: An overview. Ann. Ist. Super. Sanita 1992;28:497-505.
- Almond J, Pattison J. Human BSE. Nature 1997;389:437-438. DOI:https://doi.org/10.1038/38876.
- Casalone C, Di Guardo G. COVID-19 and mad cow disease: So different, yet so similar! Science 2020 (e.Letter). https://www.science.org/doi/10.1126/science.abi4711#elettersSection.
- Di Guardo G. No veterinarians (yet) on the Italian covid-19 scientific committee. BMJ 2021;374:n1719. DOI:10.1136/bmj.n1719.
- Leuenroth S. Hantavirus Pulmonary Syndrome Infobase Publishing, 2006, ISBN 978-0-7910-8676-6.
- Martínez VP, Di Paola N, Alonso DO, Pérez-Sautu U, Bellomo CM, Iglesias AA, Coelho RM, López B, Periolo N, Larson PA, Nagle ER, Chitty JA, Pratt CB, Díaz J, Cisterna D, Campos J, Sharma H, Dighero-Kemp B, Biondo E, Lewis L, Anselmo C, Olivera CP, Pontoriero F, Lavarra E, Kuhn JH, Strella T, Edelstein A, Burgos MI, Kaler M, Rubinstein A, Kugelman JR, Sanchez-Lockhart M, Perandones C, Palacios G. “Super-Spreaders” and Person-to-Person Transmission of Andes Virus in Argentina. N. Engl. J. Med. 2020;383:2230-2241. DOI:10.1056/NEJMoa2009040.
- Velavan TP, Schmidt-Chanasit J. When Rare Zoonoses Travel: Andes virus, Hantavirus Cardiopulmonary Syndrome, and the Preparedness Gap. Int J Infect Dis. 2026 May 8:108778. doi: 10.1016/j.ijid.2026.108778.
- Weissenbacher MC, Cura E, Segura EL, Hortal M, Baek LJ, Chu YK, Lee HW. Serological evidence of human Hantavirus infection in Argentina, Bolivia and Uruguay. Medicina (B Aires). 1996;56(1):17-22.
- Wells GA, Scott AC, Johnson CT, Gunning RF, Hancock RD, Jeffrey M, Dawson M, Bradley R. A novel progressive spongiform encephalopathy in cattle. Vet Rec. 1987 Oct 31;121(18):419-20. doi: 10.1136/vr.121.18.419. PMID: 3424605.
Foto di Peter Hansen su Unsplash
BFJ BrainFactor Journal – Num. 18 Vol. 1

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