Che cosa non va nelle Università, non solo in quelle italiane…

Come è ben noto l’Università è un’istituzione che conduce o può condurre uno studente dallo studio di una materia fino ad essere esperti di un intero campo di ricerca e oltre. Istituzionalmente ciò avviene tramite un iter di studi che conduce alla laurea e per chi è interessato e bravo abbastanza con la frequenza di un dottorato di ricerca che porta ad acquisire il titolo di dottore di ricerca. Questo è un requisito fondamentale per accedere alla ricerca universitaria e istituzionale che si snoda in vari percorsi che conducono dopo la produzione di alcuni lavori e la dovuta esperienza anche didattica a poter concorrere per diventare docente universitario o docente universitario ordinario.

Questa struttura e questo percorso sono totalmente disastrosi e rendono l’istituzione universitaria mal costruita. Dopo la laurea uno studente padroneggia le istituzioni di una materia ma non possiede alcuna apertura rispetto a un campo di studi specifico. Generalmente non conosce tutta l’analisi, tutta la logica, tutta l’estetica ecc. ecc. ma possiede alcune conoscenze disciplinari avanzate. Istruire alla ricerca con un dottorato persone che non conoscono il campo di studi relativo è semplicemente impossibile a livello pratico. Questa è probabilmente una delle motivazioni che rende la tesi di dottorato la terza tesi compilativa di uno studente medio e anche bravo che col dottorato, come natura vuole, diventa esperto di un settore senza produrre qualcosa di valido per la ricerca.

Dopo la tesi di dottorato inizia l’iter di ricerca per quelli che hanno mostrato una qualche originalità ma non sono ancora esperti in un settore. La ricerca che approfondisce un campo diventa sempre più micrologia perché il ricercatore mediamente si specializza sempre più in un dibattito accademico portando a un’erosione del sapere che è un possibile fattore della specializzazione dei saperi che tanto è stata sbandierata in questi anni e sconfessata dai nuovi strumenti tecnici. In pratica il principio della carriera universitaria conduce a procedere per anni in un capo di studi senza essere specialisti in almeno un settore cosa che ovviamente è contro natura perché sono magari ricercatori in logica ma tutta la logica contemporanea non la conoscono.

Poi anche nel caso in cui uno fosse padrone di un campo di ricerca non ha alcun senso diventare poi ricercatore nel senso di specialista di un dibattitto, non ha alcun senso perché prima di aprirsi ulteriormente a tutto il campo di ricerca è difficile comprendere come si possa inserirsi in un dibattito specifico. Cosa produce in realtà un ricercatore universitario di originale è del tutto oscuro da comprendere perché sensatamente e naturalmente dovrebbe produrre qualcosa dopo essersi aperto all’intero campo di ricerca che più o meno, secondo mia stima, richiede almeno il ciclo di lavoro che svolgono in Università. Questo sempre nel caso che siano diventati esperti di un settore che a giudicare dal basso grado di originalità dei lavori di ricerca e dai fatti comprovati dalle pubblicazioni è una cosa che arriva solo alla fine del percorso di ricerca cosa altrettanto innaturale.

Magia delle magie dopo dieci anni di studi se tutto va bene, ovvero se tutto va male, diventano professori. Un professore è dunque un’insegnante formato per insegnare la ricerca, cosa insensata e innaturale, ma funziona nel caso uno sia diventato almeno esperto di un settore cosa che come abbiamo visto è del tutto indipendente e accessoria rispetto a come è strutturata l’Università. Il gioco di prestigio è che in un modo o nell’altro nei fatti possono tornare a fare micrologia a basso contenuto di originalità e se sono volenterosi aprirsi dopo l’insediamento della cattedra a tutta la ricerca e diventare esperti di un intero campo di ricerca ciò che in teoria sarebbe dovuto accadere prima, ma in maniera innaturale, e recuperando dunque il tempo perduto.

Il problema a mio avviso è nell’iter naturale degli studi rispetto a come è costruita l’istituzione universitaria. Uno studente apprende le istituzioni di una materia, sceglie un settore di studi, si apre e ne diventa esperto, diventa capace di insegnarla agli altri e piano piano si apre a nuove possibilità, quelle aperte dalla ricerca fino a diventare esperto di un intero campo di studi e oltre. E oltre nel senso che poi magari capisce anche come è innestato negli altri. Quindi la sequenza istituzionale corretta dovrebbe essere: laurea, dottorato (ma non di ricerca), cattedra, ricerca. Uno studia i fondamenti di una materia, diventa esperto di un settore ben stabilito, insegna ciò che ha appreso e poi si apre alla ricerca che magari in un futuro porterà a nuove conoscenze solide. Così avrebbe anche senso retribuire i prodotti della ricerca piuttosto che la ricerca stessa.

Il problema politico qual è, il problema politico è che con ogni probabilità le cose vengono fatte con l’orologio sbagliato. E ho il terribile sentore che “la ricerca legata astrologicamente a Urano vada sempre contromano rispetto a un Saturno legato astrologicamente all’insegnamento perché così pare a voi terrestri”. Cosa che vorrebbero dire tutti i folli che lavorano in università. Purtroppo non si può fare ricerca di qualità se non si è almeno esperti in un settore cosa che giustamente molti docenti universitari ancora non fanno producendo mediamente quell’infinità di conferme e di deduzioni logiche a e da pochi lavori straordinari.

Andrea Bucci
andrea86bucci@gmail.com

Foto di Leon Wu su Unsplash

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